Quattro bravi ragazzi

Il film narra inizialmente della doppia vita di tre ragazzi milanesi, “bravi ragazzi” di giorno e teppisti di notte, aggirandosi nell’ombra in una realtà prevalentemente notturna composta da abbandono e degrado. René Cordaro nel tempo libero lavora nel bar/pub che dovrebbe ereditare dai genitori, gli altri due membri sono Marco e Davide Chiarelli, il primo un vice ed il secondo il tramite per le loro scorribande. Per volontà di René, a loro presto si aggregherà Giorgio Molteni, ragazzo dalla psiche instabile che prenderà progressivamente il posto di Marco all’interno del gruppo a seguito del tradimento di quest’ultimo. La situazione degenererà terribilmente in un alienante crescendo in quanto i loro crimini diventeranno sempre più gravi ed efferati, e l’integrità del gruppo sarà inevitabilmente compromessa. Lunapark, stazioni di servizio, quartieri malfamati e aree abbandonate saranno teatro dei loro misfatti. A gestire gli accordi per spaccio e scommesse clandestine sarà “Marcione”. Alcuni di loro verranno arrestati ma una volta scagionati continueranno “il loro gioco”, altri ancora si pentiranno dei gesti compiuti ma sarà ormai troppo tardi. Una memorabile scena finale dall’epilogo orribile rappresenterà la probabile disfatta dei due ultimi protagonisti, René Cordaro e Giorgio Molteni.

Ultimo

NOTE DI PRODUZIONE

Il progetto ULTIMO è nato nel 1998. All’uscita del libro di Torrealta, i produttori si entusiasmarono subito alla storia di questo straordinario uomo, il capitano Ultimo. Inizialmente l’intenzione era quella di realizzare un film per il cinema. A tal scopo hanno lavorato tra i più apprezzati registi e sceneggiatori italiani. Da Zaccaro a Pozzessere, da Torrealta a Pasquini, da Rulli a Petraglia. Ci si accorse però, che in un film di un’ora e mezza, si sarebbero dovuti escludere dei passaggi che sembravano di straordinaria rilevanza. Senza rinunciare alla forza cinematografica del progetto, si è quindi deciso di realizzare un film di tre ore da destinare al pubblico televisivo. Per la stesura della sceneggiatura sono stati chiamati Graziano Diana, Salvatore Basile e Stefano Reali che, del film, è anche il regista.

NOTE DI REGIA

Non è facile per me parlare di “Ultimo”.

Posso dire che si tratta di un film televisivo in due puntate, come mi è già capitato di fame in passato. Potrei dire che si basa su una storia vera, basata su dei personaggi tuttora operanti e viventi, per cui non si possono usare luoghi e nomi veri e comunque bisogna anche “prendere le distanze” da come sono andate veramente le cose, sia per rispettare un minimo l’aspettativa di drammaturgia che uno spettatore chiede ad un film televisivo, sia per non urtare la suscettibilità di chi comunque potrebbe riconoscersi nel racconto. Qualcuno mi ha fatto notare che per la terza volta mi trovo a raccontare la storia dove il protagonista è un nerd interpretato da Raoul Bova che si mette in testa di raggiungere un risultato sulla carta impossibile e che alla fine ce la fa. sorretto anche dalle musiche di Ennio Morricone.

Ma “Ultimo” è molto, molto più di tutto questo. Tanto per cominciare, si è rivelato di gran lunga il film, televisivo e non, più impegnativo che io abbia fatto finora, il più difficile da scrivere, da mettere in scena e da “casteggiare”, se mi si perdona il brutto ma comodo neologismo. Quarantacinque attori parlanti sono davvero tanti, in un film televisivo, dove il pubblico deve già fare la sua bella fatica ad affezionarsi ad un eroe, figuriamoci in un film come questo, dove gli eroi sono sette. Perché è il gruppo, vero protagonista.

Un gruppo umano straordinario, di eroi oscuri, di cui nessuno vedrà mai una foto su un giornale, e a cui nessuno dirà mai veramente grazie, per quello che hanno fatto e per quello che continuano a fare. Un gruppo di persone che grazie a questo film, ho avuto l’onore di conoscere, di guardare da vicino, insieme ai miei collaboratori Graziano Diana e Salvatore Basile. E cosi, visto che c’è ancora un po’ di mistero su cosa c’è dietro realmente alla cattura di Riina, abbiamo scelto deliberatamente di prendere le distanze dalla cronaca, per raccontare piuttosto la storia di questo gruppo e del suo metodo di lavoro.

Un metodo di lavoro inventato e collaudato da Ultimo stesso.

Questo film non è ambientato a Palermo e non parla della cattura di Riina e forse, non parla neanche della lotta alla mafia, in senso stretto.

Questo film, nelle nostre intenzioni almeno, vuole parlare della possibilità per cui un uomo, all’interno di un Paese che vive sulla delazione e sull’accordo di corridoio, piuttosto che sull’investigazione e sul confronto aperto, riesce miracolosamente a raccogliere un gruppo di uomini sfiduciato, depressi, ritenuti a torto dei “perdenti”, ridà loro una dignità, una motivazione, una speranza che il Bene possa davvero vincere sul Male. E questi uomini si ritrovano a rinunciare a qualunque cosa, pur di perseguire questo obbiettivo fino in fondo. Si ritrovano a dover lavorare anche diciotto ore al giorno, a stare lontano da casa per mesi, a lasciare perdere amicizie, famiglie, sport, svago, la Vita insomma, sposando totalmente i sacrifici che Ultimo, dando per primo l’esempio di cosa sia la guerra alla criminalità organizzata, è disposto a fare. Ma non è lui, nella sua eccezionalità, l’aspetto originale di questa storia. Lui è un combattente, il suo DNA lo spinge irresistibilmente a fare quello che fa, e la prova di tutto questo è il suo carisma irresistibile. Come dice Raoul Bova, dopo mezz’ora che parli con Ultimo, ti viene voglia di buttare via tutto, lavoro, famiglia, amici, e chiedergli di arruolarti nel suo gruppo. Credo sinceramente che uno come Ultimo, se avesse militato e combattuto in altre situazioni storiche e sociali, avrebbe potuto diventare un’icona dell’eroismo dell’Uomo Comune, una specie di Che Guevara, uno di quelli che poi finiscono sui manifesti e sulle magliette. Ecco perché, secondo me, la vera originalità di questa storia riguarda tutti quelli che, pur non avendo i cromosomi di Ultimo, sono disposti a vivere come lui, e a fare quello che fa lui.

In cambio di niente, oltre al loro stipendio mensile.

Nessuna gratificazione, nessun premio in denaro, nessuna promozione, nessuna pubblicità, nessun articolo sul giornale, nessuna apparizione televisiva. Niente.

In più devono sopportare lo scherno e le malevolenze dei loro colleghi, agenti giudiziari “normali”,, a volte il dissidio e l’ostilità dei loro superiori e comunque devono abbozzare il fatto che il merito delle loro operazioni può andare ad altri, per “ragion di stato”. E ancora di più, l’invisibilità, la clandestinità in cui si ritrovano ridotti a vivere, diventa una conditio sine qua non per continuare a svolgere quel particolare tipo di lavoro. Credo che valesse la pena raccontare una sintesi divulgativa della loro storia, per rendere un omaggio a chi continua, nell’oscurità della loro clandestinità istituzionale, a portare avanti una lotta che pochi in questo Paese sono disposti a fare.

Stefano Reali

Testimone a rischio

Nava, un rappresentante di sistemi di sicurezza, rese subito testimonianza alla polizia di quanto visto il 21 settembre 1990 sulla superstrada Canicattì-Agrigento. All’epoca non esisteva ancora in Italia la disciplina di programmi di protezione per i testimoni a rischio. Il film si incentra su come la vita di un onesto cittadino si trasformi completamente, in seguito al fatto, in un assurdo destino di isolamento anche e soprattutto in ragione della debole protezione offerta dallo Stato.

Un eroe borghese

Milano, anni settanta: l’avvocato Giorgio Ambrosoli viene nominato commissario liquidatore delle banche di Michele Sindona, potente banchiere siciliano; insediatosi nel suo studio, sotto gli sguardi sospettosi dei dipendenti, Ambrosoli comincia ad indagare sulle attività bancarie del banchiere a New York ed in Italia. Presto emergeranno irregolarità e l’avvocato subirà le prime minacce ed intimidazioni. Aiutato dal maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre, Ambrosoli proseguirà le indagini con coraggio e determinazione, prevedendo alla moglie che queste investigazioni gli costeranno sicuramente la vita. Ambrosoli e Novembre cominciano a scrivere rapporti sulle indagini con una macchina per scrivere, scoprendo il coinvolgimento in questi affari illegali del banchiere milanese Roberto Calvi e dell’arcivescovo americano Paul Marcinkus. L’avvocato Ambrosoli intanto riceverà telefonate da un picciotto mafioso mentre a New York Sindona assolda il killer specializzato William Aricò per ucciderlo. L’11 luglio 1979 Aricò uccide Giorgio Ambrosoli sotto casa a colpi di pistola. Il film si conclude con la famiglia di Ambrosoli, Silvio Novembre ed alcune persone riunite il giorno del funerale sul luogo del delitto.

La discesa di Aclà a Floristella

Sicilia anni ’30. Per far fronte alla penuria di mezzi Aclà, ragazzino undicenne e biondissimo, viene messo a lavorare come caruso nella solfara dove lavorano anche il padre e i fratelli maggiori. Il contratto di ingaggio era a soccorso morto, questo consisteva nel dare da parte del “datore di lavoro” 500 lire alla famiglia garantendosi per i prossimi otto anni il lavoro di Aclà a sua totale discrezione. “Usato” alla stregua di un figlio, qualora fosse scappato la famiglia era tenuta a restituire la somma avuta. La vita nella solfatara è infernale: si lavora nelle viscere della terra, senza vestiti per il caldo e i ragazzini ingaggiati come Aclà devono portare cesti da venticinque chili. L’ambiente di lavoro, totalmente composto da maschi è decisamente promiscuo: i lavoratori dormono tutti assieme e in mancanza di altro ricorrono all’omosessualità, la necessità di stare nudi non fa altro che peggiorare le cose. Il clima di violenza fa maturare a molti ragazzini l’idea della fuga e Aclà non è immune a questa tentazione: infatti a un certo punto scappa e fa ritorno a casa dove viene accolto malamente dalla madre che lo accusa di volere la rovina della famiglia. Nel frattempo il suo “padrone” Caramazza, accortosi della fuga di Aclà, ne informa il padre minacciandolo di volere indietro il soccorso morto nel caso il figlio non tornasse a lavorare. La conclusione è scontata: dopo essere stato prelevato da casa e sonoramente picchiato dal padre Aclà fa ritorno alla solfatara. Ciononostante Aclà non demorde e poco dopo scappa nuovamente: questa volta con una meta precisa: vuole raggiungere il mare e di lì trovare un sistema per raggiungere l’Australia dove si è trasferita sua sorella; dopo una suggestiva fuga nella Sicilia rurale e aspra dell’entroterra viene ripreso da due carabinieri e riportato a casa dove, viene duramente malmenato dal padre e costretto ancora una volta a tornare al triste posto di lavoro, ma durante le innumerevoli notti la sua mente continuerà a correre verso il mare.

La condanna

Durante una visita al museo della Villa Farnese di Caprarola, una studentessa, Sandra si smarrisce, rimane chiusa dentro un palazzo labirintico, si sofferma nella sera che scende a guardare un quadro di Leonardo. Alle sue spalle un’ombra si avvicina, una voce interviene a commentare lo sguardo del bambino che si rivolge verso l’esterno, verso l’osservatore del quadro: ” E’lo sguardo di Leonardo, l’inventore,il genio un seno vale l’altro per lui, non lo può condizionare. Questo sguardo esprime già un’intuizione profonda del mondo, una nascita completa che non è più in pericolo. Nel senso che il seno di nessuna madre, neanche la più deludente avrebbe potuto eliminare o limitare la sua creatività..”. Sandra lo guarda affascinata, poi si rende conto di essere rimasta chiusa dentro il palazzo e corre via impaurita. Lo sconosciuto la raggiunge in una cisterna, ritornano insieme nelle varie sale: lui l’aggredisce, lei fugge, poi gli salta addosso, fugge di nuovo e infine gli si offre nuda sul letto a baldacchino nella stessa posa della “Maya Desnuda ” di Goya. Lui la possiede non senza averle fatto prima un lungo discorso sulla bellezza alla quale bisogna infondere il movimento e la vita: “Io ti amo poi distruggerò il quadro di Goya: poi tu mi farai a pezzi come si fanno a pezzi le statue “. Il mattino li sorprende ancora nel palazzo. Ma improvvisamente vediamo che lo sconosciuto aveva le chiavi per uscire. Stacco. Siamo nell’aula di un tribunale. Entra l’imputato, certo Lorenzo Colaianni, architetto, che è lo sconosciuto del museo. Viene accusato di sequestro e stupro ma lui nega. La vittima parla dopo di lui e ammette che “smuove realtà profonde che ognuno ha il diritto di tenere nascoste”. Secondo tempo: un uomo si alza dal letto: è Malatesta, pubblico ministero che deve accusare Colaianni: non dorme, è ansioso. La moglie si alza e lo rimprovera di deluderlo sessualmente parlando. Il giorno dopo in aula Malatesta è confuso e incontrerà una serie di immagini che alimenteranno questo suo status…

Pummarò

Kwaku, un ragazzo ghanese, da poco laureatosi, si mette in viaggio alla ricerca del fratello (Giobbe), emigrato in Italia con la speranza di guadagnare abbastanza soldi per pagare gli studi del fratello. Giobbe fa il raccoglitore di pomodori nel sud dell’Italia, a Civitella Licinio (da cui il titolo del film: in napoletano pummarò vuol dire appunto pomodoro), ma Kwaku non troverà mai suo fratello, che è ricercato dalla polizia e dalla Camorra per essersi ribellato ed aver rubato un camion. Comincia allora un viaggio attraverso tutta l’Italia (Civitella, Roma, Verona, fino a Francoforte in Germania). Un viaggio che dipinge l’Italia come nuova “terra promessa” per i paesi del terzo mondo e che tratta del problema del razzismo e dell’emigrazione.

TAODUE

Via Pompeo Magno 1 00192 Roma
Tel. 06.322.1813/2016 - Fax 06.321.7042
P.IVA e C.F. 08747881004
Email taodue@taodue.it