Distretto di polizia 5

Finalmente torna l’appuntamento con il X° Tuscolano; sono tante le novità che ci aspettano in questa nuova serie: Sabina diventa mamma del piccolo Paoletto, Ardenzi continua la sua love story con Francesca, che diventa sempre più seria, Belli riesce ad adottare il piccolo Pietro insieme alla moglie Germana. Vittoria e Ingargiola continuano la loro storia fatta di alti e bassi mentre Ugo non fa che pensare alla sua Adele, la nuova fidanzata di cui è innamorato follemente. Parmesan è ancora il punto fermo del distretto mentre Luca ha una nuova collega, Anna Gori che aiuterà ad integrarsi con gli altri. Tra i volti nuovi anche il capitano Davide Rea entra prepotentemente nella vita del distretto, ma soprattutto in quella di Giulia che, conosciutolo casualmente, scopre in seguito che è un carabiniere e si trova spesso a lavorare con lui. Ma il capitano Rea è un prezioso alleato per il Distretto oppure intende approfittare della fiducia che Giulia è disposta a concedergli in nome di qualche patto oscuro che lo lega al suo misterioso passato?
Un altro dramma incombe sul X: la vita di uno dei protagonisti viene stravolta da un avvenimento inaspettato che fa convergere gravi sospetti su di lui. Riusciranno i colleghi del distretto ad aiutarlo?

Note di produzione
Una caratteristica distintiva del Format “Distretto di polizia” è stata la scelta di inserire una linea narrativa forte (orizzontale), al di là dei percorsi dei personaggi e delle trame degli episodi, che fungesse da filo conduttore della fiction.
La correlazione tra realtà e fiction è uno degli elementi portanti anche per quanto riguarda il lavoro con gli attori che danno vita alla serie.
La scelta di impiegare attori non esplicitamente televisivi, selezionati con duri provini su parte, prende le mosse dalla chiara necessità di dare una più marcata naturalità alla recitazione.
La serie è stata realizzata, per precisa scelta produttiva, con standard cinematografici, facendo largo ricorso a steady cam e lunghi piani sequenza, che comportano la necessità per gli attori di mandare a memoria lunghe scene e di provare a lungo in teatro prima di girare.
Con un atteggiamento professionale, pre-cinematografico, sono state particolarmente curate anche le fasi di postproduzione, con la scelta di musiche contemporanee ed un montaggio serrato ed aggressivo.
I casi di puntata si ispirano alle cronache giudiziarie, fatti salvi i necessari interventi drammaturgici, nell’intento di dare verosimiglianza e genuinità alle storie.
Le storie sono il frutto di una attenta ricerca sul campo, direttamente ispirate da fatti reali e sviluppate attraverso confronti costanti con gli operatori di polizia.
Migliaia di lettere e suggerimenti di telespettatori testimoniano l’apprezzamento per un obiettivo centrato.

Note di regia
Affrontare una serie così lunga è come affrontare una maratona. Ci vuole resistenza, impegno quotidiano, determinazione per curare i normali problemi di un set che sono però moltiplicati e amplificati dal fattore tempo.39 settimane di riprese, 1200 scene, 7000 inquadrature.Si cominciano le riprese dagli interni del commissariato, poi si girano gli esterni. Nel racconto c’è il dramma, l’azione e la commedia, una miscela che funziona, e bisogna evitare che una cosa prenda il sopravvento sull’altra. Mi è sembrato essenziale non tradire uno stile a cui il pubblico è affezionato, ma altrettanto importante cogliere tutti gli stimoli e gli spazi per dare a Distretto 5 ancora qualche cosa di più. Cercare di immergersi in quello che già è stato fatto è il primo passo, ma è opportuno che poi si segua anche il proprio gusto e quel modo particolare, personale che ognuno di noi ha di sentire le cose. Per cui scene d’azione ancora più spettacolari e scene di commedia trattate con calore e sentimento per farle diventare il momento in cui si risolvono i problemi di famiglia, di quella grande famiglia che è l’intero Distretto di Polizia. Nella lunga serialità gli attori padroneggiano anzi si sono già impadroniti del loro personaggio, a volte finiscono per diventare quasi i guardiani della sua verità. Si parla, si discute, serve diplomazia. E poi la recitazione. E’ essenziale che il tono non si spenga mai, che negli attori, qualsiasi cosa dicano e facciano, ci sia sempre tensione. E’ una specie di elettricità, di fuoco che devono sentire e far sentire sia nelle scene più intense che in quelle in cui c’è solo “buongiorno come va”. E deve valere per i protagonisti come per l’ultimo degli attori secondari.
Lucio Gaudino

Il mio amico Babbo Natale

Mancano solo due giorni a Natale e il Nord Italia è sconvolto da una serie di furti misteriosi ed inquietanti: un ladro travestito da Babbo Natale ruba giocattoli nei più grandi magazzini della zona. La tensione cresce, i genitori sono disperati, la polizia è impotente. Uno solo può salvare la situazione: il nostro amico Ezechiele…che da parte sua tutto vorrebbe tranne che lavoro extra a poche ore dalla sua agognata vacanza post-natalizia alle Hawai.

Ezechiele, per ordine del Decano, si troverà ad affrontare un’impossibile caccia al “Babbo” che lo porterà alla cattura del ‘cinico ma buono’ Mario, e alla scoperta di un luogo incredibile: l’orfanotrofio “Villa Felice”, dove il ladro ha trascorso l’infanzia e dove il Natale non solo non viene festeggiato, ma è stato proprio cancellato dal Calendario… per volere di una malvagia Direttrice (tuttora a capo di una piccola, triste comunità di orfani) che nasconde a sua volta un terribile e doloroso segreto.

L’orologio corre e la faccenda si complica: ora Ezechiele deve non solo capire dove sono nascosti i regali rubati, ma anche trovare un modo per ‘insegnare’ il senso e lo spirito del Natale a venti bambini che ne ignorano l’esistenza (cosa non proprio facilissima per un Babbo iper-tecnologico come lui)… E dovrà anche guadagnarsi la fiducia del burbero Mario (l’unico a conoscere il nascondiglio della refurtiva), aiutarlo a conquistare la bella aiuto-cuoca di “Villa IN-felice” e fargli scoprire che ne è stato dei suoi genitori… il tutto in meno di 24 ore!

Sarà una Notte piena di colpi di scena e di bacchetta magica, di Alberi di Natale fatati, di corse in slitta e sparatorie, dove tutto miracolosamente si risolverà in una stanza d’ospedale, tra fiocchi di neve, bambole umanizzate e… chitarre hawaiane che intonano “Jingle bells”.

Karol, un uomo diventato papa

Giacomo Battiato, regista

Ho voluto raccontare il Wojtyla polacco, la sua giovinezza e la sua formazione, dunque il Wojtyla meno conosciuto, non la storia di un Papa ma di un uomo che è diventato Papa.
I fatti e i personaggi che ho messo in scena sono autentici ma li ho trattati con la libertà propria della narrazione che elabora la realtà in emozioni e simboli. Che costruisce, da una vita, un romanzo. Per trasformare una biografia in un film, occorre essere infedeli e mettere in scena non tanto la cronaca dei fatti documentati ma lo spirito, le passioni e i valori simbolici degli eventi e dei personaggi che hanno segnato quella vita.
A poco più di vent’anni, Karol Wojtyla decide di cambiare progetto di vita, di diventare sacerdote anche, come dice, "…in nome del sacrificio di tanti miei compagni e compagne." Sceglie di dedicare la propria esistenza alla difesa della dignità sacra di ogni essere umano.In una sua poesia, rivelerà: "…Dio venne fin qui, si fermò a un passo dal nulla, vicinissimo ai miei occhi…"
Nella seconda parte del film, il sacerdote Wojtyla (che diventerà Vescovo, Arcivescovo e Cardinale nella ‘sua’ Cracovia) si confronta con il potere comunista. Affronta una battaglia politica e ideale, una battaglia disarmata, di idee e di principi: la libertà religiosa, la libertà della cultura, la libertà tout court come diritto assoluto dell’uomo. E la dignità del lavoro, del lavoro operaio in primo luogo. E il rispetto. Rispetto per tutti gli esseri umani che è alla base del vivere civile. E l’amore. Questo valore unico che da’ il senso alla vita. Su questo valore, con le parole di Wojtyla, il film si chiude: "L’amore mi ha spiegato ogni cosa, l’amore ha risolto tutto per me. Perciò ammiro l’amore, ovunque esso si trovi…"

Pietro Valsecchi, produttore

… Nella vita di un produttore ci sono progetti che, sin dal primo apparire, si annunciano come vere e proprie sfide. Il produttore sa che gli costeranno di gran lunga più sudore e fatica, che dovrà affrontare difficoltà e risolvere problemi di proporzioni ben superiori a qualsiasi produzione ‘ordinaria’. Nondimeno, in cuor suo, sa che sono proprio quelli progetti che segneranno la sua vita, oltre che la sua carriera. I quasi tre anni che ho dedicato a quest’impresa, rimarranno per me uno dei passaggi più vividi e appassionanti della mia vicenda di produttore, al di là dell’esito del film presso il pubblico e la critica. In questa certezza, mi guida la consapevolezza di essere stato il motore di un processo che farà conoscere una storia importante, nelle forme forse semplificate ma possenti di una narrazione popolare, a tutti, credenti e non credenti, cristiani e non cristiani, cattolici e non cattolici. Una storia che è anche la nostra storia, che ci permette di specchiarci e rivederci nella prospettiva lontana dei momenti bui ormai superati, e di trovare la speranza e la forza di cui abbiamo bisogno per le sfide del nostro futuro.

Monsignor Pawel Ptasznik, Responsabile della sezione polacca della Segreteria di Stato Vaticana

Il film è caratterizzato dall’umiltà nel trattare il tema, dalla semplicità e chiarezza della visione, dalla sobrietà nel dimostrare la propria ammirazione verso il protagonista e dalla consapevolezza degli stretti legami che uniscono la sua storia personale con le vicende della sua nativa Polonia. Il Film “Karol – un uomo che è diventato Papa” ci permette di conoscere meglio le radici della straordinaria personalità di Giovanni Paolo II e per questo diventa un’opera di un particolare valore. Spero che porti a tutti gli spettatori una intensa commozione ed un grande arricchimento umano, intellettuale e spirituale.

Il film è posto sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.

Paolo Borsellino

Di tempo non ne ha più molto, questo lo sa, e con discrezione si prepara, scrive una lettera, il suo testamento, pensa a tutto, riordina i fascicoli dell’indagine e il pomeriggio del 19 Luglio se ne va al patibolo in via D’Amelio, incontro alla sua condanna a morte. Paolo Borsellino fin da ragazzo nutriva una grandissima passione per il diritto civile, entrò in magistratura con l’idea di diventare un civilista, poi, nel 1980, la svolta. Il capitano Basile, suo collaboratore e amico, viene freddato per le strade di Palermo dopo aver consegnato un dossier bomba sulle attività criminali delle varie cosche mafiose, in particolare su quella emergente dei Corleonesi con a capo Totò Riina. Il consigliere Chinnici incarica quindi Borsellino dell’istruttoria e di istituire una squadra, quella che diventerà il famoso pool antimafia. Borsellino pensa al collega e amico di infanzia Giovanni Falcone. Ciascuno lavorerà sul proprio filone di ricerca: Chinnici coordinerà l’attività investigativa, Borsellino istituirà il processo, il giudice Giovanni Falcone seguirà il corso del denaro sporco, i poliziotti Cassarà e Montana si occuperanno dei latitanti. La squadra lavora giorno e notte senza sosta, animata da una grande professionalità e insieme di stima e rispetto reciproci.
Ma c’è anche l’amara consapevolezza che i loro nemici sono anche lì, in quel Palazzo, tra i loro stessi colleghi. Il bilancio dell’operazione è impressionante: 366 arresti, 300 reati contestati, tra i quali 121 omicidi. Ma a casa Borsellino nessuno festeggia, regna il silenzio, a tavola non si parla, Agnese, la moglie è preoccupata, Lucia, la più grande, rimprovera al padre di passare sempre meno tempo a casa, Manfredi e la piccola Fiammetta alle uscite con il padre ormai hanno rinunciato, tutti però non la vogliono sentire quella parola che porta silenzio e distanza, “Mafia”. Il 30 gennaio del 1992 dopo il lavoro incessante e l’enorme fatica di conciliare senso del dovere, passione per la giustizia e amore per gli affetti, ma soprattutto dopo la perdita di Chinnici, Cassarà e Montana, Paolo Borsellino, commosso e orgoglioso, ascolta la sentenza del maxiprocesso: i mafiosi vengono condannati a pene pesantissime. Ma la Mafia non è vinta: Riina è ancora libero, si riorganizza e muta strategie. Alla vigilia della nomina a Superprocuratore Nazionale Antimafia, Giovanni Falcone viene giustiziato, fatto saltare in aria insieme alla scorta e alla moglie. Giovanni Falcone a Roma non ci andrà più. Muore all’ospedale tra le braccia dell’amico Paolo accorso per guardarlo un’ultima volta, stringergli la mano e riconfermare quell’impegno, con la consapevolezza di essere lui il prossimo “cadavere che cammina”. Borsellino prosegue il lavoro, non si fida, è attento e parla poco, in famiglia sdrammatizza, è assetato di momenti comuni, di quei figli cresciuti senza di lui, di ritrovare momenti da dedicare solo ad Agnese che ama teneramente e alla quale commosso come un bambino confessa le sue paure.
Il coraggio di questi uomini non stava solo nel fatto di rischiare la propria vita, ma stava nella consapevolezza che un giorno la mafia li avrebbe uccisi. E a questo proposito è stupefacente il discorso che Borsellino scrive per la commemorazione del suo amico Giovanni: “Giovanni Falcone aveva perfetta coscienza che la mafia un giorno lo avrebbe ucciso…” e quando parla del suo lavoro di giudice, in un’intervista con Lamberto Sposini, parla della certezza che tutto questo un giorno gli costerà caro.
Credo che fare questo film sia stata una delle esperienze più forti e formative della mia carriera, non è stato solo “girare un film” da un punto di vista professionale, ma è stata un’esperienza che ha coinvolto direttamente la mia vita, che mi ha fatto riflettere anche su cose che non riguardavano direttamente e strettamente la mafia. Rivedere il materiale di repertorio, risentire i discorsi fatti da Borsellino e Falcone, rileggere i loro scritti o i loro interventi sui giornali è stata un’esperienza molto coinvolgente.
In qualche modo intendo questo film come una canzone d’amore, una canzone d’amore dedicata ai protagonisti di questa storia, a partire da Paolo Borsellino per arrivare ai personaggi più piccoli, quelli che per motivi narrativi, abbiamo potuto approfondire e raccontare di meno ma che non per questo sono meno grandi ai nostri occhi.

Gianluca Maria Tavarelli, regista

Cuore contro cuore

Francesca De Luca (Isabella Ferrari) è un avvocato civile; lavora nell’affermato studio del marito, Claudio Donati (Ennio Fantastichini). Claudio è brillante nella sua professione, a volte addirittura cinico. Francesca, un’idealista dotata di grande umanità, scopre che il marito la tradisce con Silvia (Valentina Sperlì); apre uno studio suo, lascia Claudio e porta con sé i due figli, Marta e Luca. Scoppia una guerra fra marito e moglie: a chi verrà dato l’affidamento dei due bambini? Chi vincerà questa lotta? “Cuore contro Cuore”, due studi legali in competizione, fra avvocati civili quotidianamente alle prese con divorzi, figli abbandonati, uomini in fuga dalle proprie responsabilità e donne che usano i bambini contro i mariti. Francesca si troverà di fronte a mille difficoltà economiche; si troverà sola, offesa, piena di rancore e stupore nel vedere l’uomo che amava trasformato in nemico, proverà tutta la sofferenza che finora aveva gestito con la freddezza della professionista. La maggior parte dei giovani dello studio del marito – nonostante l’ovvia penalizzazione economica – deciderà di seguire Francesca nell’avventura di ricominciare da zero. Ci saranno: Alessandra (Carlotta Natoli) e Andrea (Yari Gugliucci), due giovani avvocati; una segretaria Alice (Victoria Cabello) e, d’appoggio, un investigatore privato Marco Valle (Stefano Pesce) ed, infine, anche Rocco (Rocco Papaleo), un timido psicologo infantile che si aggiungerà al team dello studio di Francesca.

R.I.S. Delitti imperfetti 1

UN POLIZIESCO DIVERSO: PIU’ INVESTIGAZIONE, PIU’ AZIONE Il Reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri (Ris) diventa protagonista di una fiction che racconterà, su Canale 5, altrettanti casi ispirati a reali fatti di cronaca. L’idea del progetto è di Pietro Valsecchi e Camilla Nesbitt (Taodue) che da tempo volevano realizzare un poliziesco un po’ diverso che facesse riferimento alle nuove e modernissime tecnologie che negli ultimi tempi hanno caratterizzano l’investigazione scientifica. Era quasi naturale che lo spunto arrivasse dalla cronaca nera e dal ruolo sempre più importante svolto dai Ris negli ultimi più eclatanti casi che hanno occupato le pagine della cronaca nazionale. “L’idea” spiega il produttore Pietro Valsecchi “nasce due anni fa dall’esperienza de L’ultima pallottola (miniserie in due puntate sul serial killer Donato Bilancia) dove la collaborazione del vero RIS era risultata centrale nel lavoro di ricerca per scrivere la sceneggiatura. Dopo questa esperienza, insieme al team creativo di Distretto di polizia (Daniele Cesarano, Barbara Petronio e Leonardo Valenti), ho deciso di creare una serie basata sul lavoro dei RIS, dove i casi vengono svolti, raccontati e soprattutto risolti attraverso il metodo di lavoro del reparto della scientifica. A differenza di altre serie poliziesche, alle normali indagini si sostituisce un metodo nuovo, moderno, dove l’analisi di un dettaglio può contare più di una confessione, dove alla verità si arriva sempre attraverso l’analisi di laboratorio degli elementi trovati sulla scena del crimine”.

Ultimo 3 – L’infiltrato

Ultimo – L’infiltrato è lo spettacolare capitolo con cui si conclude la trilogia di Ultimo, un omaggio appassionato a un uomo, la cui storia è stata superbamente documentata nel libro di Maurizio Torrealta, ma anche a tutti coloro che con il proprio mestiere, ogni giorno, affrontano gravissimi pericoli in nome della giustizia. Ultimo ha un nemico giurato e ora, che ha perduto Ombra, uno dei suoi uomini più coraggiosi e validi, ha un motivo in più per arrestare il boss Catalano e i suoi. I molti colpi di scena rendono questo episodio ancora più emozionante e permettono di fare luce anche sulle nuove attività criminose della mafia siciliana. Aziende di copertura, una rete insospettata di attività imprenditoriali, traffici internazionali capaci di generare profitti strabilianti. Perché tutto fosse non solo realistico ma in grado di avere un valore documentario, gli autori di Ultimo – L’infiltrato si sono avvalsi della ormai consolidata collaborazione dell’Arma dei Carabinieri e anche della consulenza di Carlo Bonini, nota firma di cronaca del quotidiano La Repubblica. Il risultato è un film in due puntate di altissimo livello, capace di coinvolgere e tenere col fiato sospeso fino all’ultima scena.

Distretto di Polizia 4

Perché i genitori del commissario Corsi sono stati uccisi? Cosa sta per accadere al team del Decimo Tuscolano? Questa è la domanda centrale della quarta serie di “Distretto di Polizia”, prodotta da Pietro Valsecchi e Camilla Nesbitt per Mediaset. Il commissario Giulia Corsi ha brillantemente superato la prima, dura prova della sua giovane carriera: entrata al “Distretto di Polizia” si è subito messa in gioco, affrontando con coraggio tutti i rischi del mestiere e dimostrando di saper svolgere la sua professione. Il commissario Corsi ha potuto contare su un team straordinario: i poliziotti del Decimo Tuscolano, i quali non sono semplici colleghi ma principalmente un gruppo di amici, sempre in grado di trovare la forza per affrontare e superare situazioni difficili e questo perché tutti credono fermamente in due valori: verità ed umanità. Tornano in “Distretto di Polizia” i volti tanto attesi dai telespettatori: Claudia Pandolfi, Ricky Memphis, Giorgio Tirabassi, Giorgio Pasotti, Simone Corrente, Daniela Morozzi, Gianni Ferreri, Marco Marzocca, Roberto Nobile, Sergio Fiorentini, Bruno Armando, Giulia Michelini, Silvia De Santis, Valeria Milillo e, tra i nuovi attori che si aggiungono al cast, Giuseppe Cederna. Nelle tre precedenti edizioni, “Distretto di Polizia” ha avuto modo di confermare la crescente affezione del pubblico televisivo passando da una media di ascolto di 6.069.000 telespettatori, share del 22.4 % (prima edizione 2000) ad una media di 7.784.000 telespettatori, share del 29.5 % (seconda edizione 2001) e raggiungendo infine, una media di 8.514.000 telespettatori, share del 31.6% (terza edizione 2002).

Doppio agguato

Luca Zingaretti e Isabella Ferrari: è l’inedita coppia protagonista di “Doppio Agguato”, miniserie tv, prodotta da Taodue film di Pietro Valsecchi per Mediaset.   Il film, liberamente ispirato al sequestro di Dante Belardinelli (avvenuto nella primavera-estate 1989), racconta, da un lato, il grande agguato costruito e preparato dai Nocs per cercare di arrivare alla liberazione dell’imprenditore rapito, dall’altro,  quello che i banditi organizzano (una volta intuito lo scambio) ai danni dei Nocs che vanno a consegnare il riscatto.   Luca Zingaretti è Valerio Attico, comandante del Nocs, chiamato a organizzare, con una sola settimana di tempo e con l’aiuto di quattro giovani reclute appena uscite dal corso, del suo vice e di un ex collega,  l’operazione che dovrebbe permettere di incastrare i rapitori e liberare l’imprenditore dopo che la magistratura ha imposto la linea dura sul pagamento del riscatto. Carattere irruente, poliziotto inflessibile,  capo intransigente, Attico è soprattutto un uomo diviso tra il senso di dovere e gli affetti privati, costretto a scegliere se portare a termine il compito affidatogli o ritirarsi rischiando di far fallire l’intera operazione.   Al suo fianco Isabella Ferrari-Anna Milesi, commissario di polizia incaricata di seguire le indagini, da subito in aperto contrasto con il collega di cui non apprezza modi e decisioni. Sarà lei l’elemento di equilibrio tra il comandante e i familiari del rapito, a garantire un’operazione apparentemente suicida diventando a sua volta donna d’azione, e ad offrire un appoggio ai conflitti e ai problemi privati di Valerio Attico.   “Doppio Agguato”, diretto da Renato De Maria, sposa finzione e cronaca, azione e introspezione, storie private e situazioni straordinarie, potendo contare, oltre ai due protagonisti principali, e a Dino Abbrescia, su di un cast di giovani attori, promesse del cinema italiano, che danno volto alle quattro reclute improvvisamente trasportate dalle simulazioni dei campi di addestramento alla sanguinosa realtà del terreno d’azione.

Ultima pallottola

Liberamente ispirato ad un fatto di cronaca vera, “Ultima pallottola”, il film tv in due parti racconta le settimane di indagini incessanti e convulse che portarono i Carabinieri di Genova a identificare e arrestare Bilancia grazie anche alle innovative tecniche di analisi messe a punto dal RIS (il Reparto Scientifico) di Parma; ma soprattutto è la storia di un Capitano dell’Arma, Stefano Riccardi (interpretato da Giulio Scarpati), non riconciliato col proprio passato e impegnato in una “missione impossibile” che riuscirà ad assolvere solo mettendo in gioco se stesso.   Pur con inevitabili libertà e adattamenti, “Ultima pallottola” cerca insomma di raccontare quegli uomini e quei momenti: le attese, le crisi, le sconfitte e l’insopprimibile voglia di ricominciare, di lottare, di non mollare fino al drammatico “faccia a faccia” tra il Capitano Riccardi e lo spietato killer (Carlo Cecchi).   Per l’uomo che nella realtà ha incastrato il serial killer della Liguria (l’allora Maggiore dei Carabinieri Filippo Ricciarelli), la vicenda Bilancia è un’indagine che ha visto coinvolti centinaia di uomini, ognuno impegnato a fare la sua parte, magari umile ma comunque importante. Per il Capitano Riccardi protagonista de “Ultima pallottola” è soprattutto una sfida tra un assassino e un uomo di legge, tra il male e il bene, tra l’imponderabile, l’imprevedibile, un volto senza luci e una mano armata e sanguinaria, da un lato, e l’intuizione e il coraggio di un carabiniere da strada, un cane sciolto, dall’altra. Una partita a scacchi che dal primo momento sembra riconoscere un solo vincitore invisibile che ad ogni mossa lascia una scia di sangue senza logica e senza un perché.

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