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PAOLO BORSELLINO
Di tempo non ne ha più molto, questo
lo sa, e con discrezione si prepara, scrive una lettera, il
suo testamento, pensa a tutto, riordina i fascicoli dell’indagine
e il pomeriggio del 19 Luglio se ne va al patibolo in via
D’Amelio, incontro alla sua condanna a morte.
Paolo Borsellino fin da ragazzo nutriva una grandissima
passione per il diritto civile, entrò in magistratura
con l’idea di diventare un civilista, poi, nel 1980,
la svolta. Il capitano Basile, suo collaboratore e amico,
viene freddato per le strade di Palermo dopo aver consegnato
un dossier bomba sulle attività criminali delle varie
cosche mafiose, in particolare su quella emergente dei Corleonesi
con a capo Totò Riina. Il consigliere Chinnici incarica
quindi Borsellino dell’istruttoria e di istituire una
squadra, quella che diventerà il famoso pool antimafia.
Borsellino pensa al collega e amico di infanzia Giovanni Falcone.
Ciascuno lavorerà sul proprio filone di ricerca: Chinnici
coordinerà l’attività investigativa, Borsellino
istituirà il processo, il giudice Giovanni Falcone
seguirà il corso del denaro sporco, i poliziotti Cassarà
e Montana si occuperanno dei latitanti. La squadra lavora
giorno e notte senza sosta, animata da una grande professionalità
e insieme di stima e rispetto reciproci.
Ma c’è anche l’amara consapevolezza che
i loro nemici sono anche lì, in quel Palazzo, tra i
loro stessi colleghi. Il bilancio dell’operazione è
impressionante: 366 arresti, 300 reati contestati, tra i quali
121 omicidi. Ma a casa Borsellino nessuno festeggia, regna
il silenzio, a tavola non si parla, Agnese, la moglie è
preoccupata, Lucia, la più grande, rimprovera al padre
di passare sempre meno tempo a casa, Manfredi e la piccola
Fiammetta alle uscite con il padre ormai hanno rinunciato,
tutti però non la vogliono sentire quella parola che
porta silenzio e distanza, “Mafia”. Il 30 gennaio
del 1992 dopo il lavoro incessante e l’enorme fatica
di conciliare senso del dovere, passione per la giustizia
e amore per gli affetti, ma soprattutto dopo la perdita di
Chinnici, Cassarà e Montana, Paolo Borsellino, commosso
e orgoglioso, ascolta la sentenza del maxiprocesso: i mafiosi
vengono condannati a pene pesantissime. Ma la Mafia non è
vinta: Riina è ancora libero, si riorganizza e muta
strategie. Alla vigilia della nomina a Superprocuratore Nazionale
Antimafia, Giovanni Falcone viene giustiziato, fatto saltare
in aria insieme alla scorta e alla moglie. Giovanni Falcone
a Roma non ci andrà più. Muore all’ospedale
tra le braccia dell’amico Paolo accorso per guardarlo
un’ultima volta, stringergli la mano e riconfermare
quell’impegno, con la consapevolezza di essere lui il
prossimo “cadavere che cammina”. Borsellino prosegue
il lavoro, non si fida, è attento e parla poco, in
famiglia sdrammatizza, è assetato di momenti comuni,
di quei figli cresciuti senza di lui, di ritrovare momenti
da dedicare solo ad Agnese che ama teneramente e alla quale
commosso come un bambino confessa le sue paure.
Il coraggio di questi uomini non stava solo nel fatto di rischiare
la propria vita, ma stava nella consapevolezza che un giorno
la mafia li avrebbe uccisi. E a questo proposito è
stupefacente il discorso che Borsellino scrive per la commemorazione
del suo amico Giovanni: “Giovanni Falcone aveva perfetta
coscienza che la mafia un giorno lo avrebbe ucciso…”
e quando parla del suo lavoro di giudice, in un’intervista
con Lamberto Sposini, parla della certezza che tutto questo
un giorno gli costerà caro.
Credo che fare questo film sia stata una delle esperienze
più forti e formative della mia carriera, non è
stato solo “girare un film” da un punto di vista
professionale, ma è stata un’esperienza che ha
coinvolto direttamente la mia vita, che mi ha fatto riflettere
anche su cose che non riguardavano direttamente e strettamente
la mafia. Rivedere il materiale di repertorio, risentire i
discorsi fatti da Borsellino e Falcone, rileggere i loro scritti
o i loro interventi sui giornali è stata un’esperienza
molto coinvolgente.
In qualche modo intendo questo film come una canzone d’amore,
una canzone d’amore dedicata ai protagonisti di questa
storia, a partire da Paolo Borsellino per arrivare ai personaggi
più piccoli, quelli che per motivi narrativi, abbiamo
potuto approfondire e raccontare di meno ma che non per questo
sono meno grandi ai nostri occhi. (Gianluca Maria Tavarelli,
regista)
Aldo Grasso
«Paolo Borsellino», la mini-serie dedicata ai
magistrati Paolo Borsellino e Giovanni Falcone e agli uomini
delle loro scorte trucidati dalla mafia, dovrebbe essere proiettata
in tutte le scuole per capire cosa significhi l’abusata
espressione «servitore dello Stato», per conoscere
il ruolo attuale della mafia, anche all’interno delle
nostre istituzioni, per
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Cast artistico e tecnico
Paolo Borsellino
Giorgio Tirabassi
Giovanni Falcone Ennio Fantastichini
Agnese Borsellino Daniela Giordano
Manfredi Borsellino Elio Germano
Rocco Chinnici Andrea Tidona
Antonio Ingroia Claudio Gioè
Lucia Borsellino Giulia Michelini
Fiammetta Borsellino Veronica D’Agostino
Agostino Catalano Nino D’Agata
Claudio Traina Carmelo Galati
Ninni Cassara’ Ninni Bruschetta
Antonino Caponnetto Pietro Biondi
Maria Borsellino Ida Carrara
Tommaso Buscetta Luigi Maria Burruano
Soggetto Pietro
Valsecchi
Sceneggiatura
Giancarlo De Cataldo, Leonardo Fasoli, Mimmo Rafele
Con la collaborazione di Attilio Bolzoni e Gianluca Tavarelli
Suono in presa diretta
Fabio Felici
Costumi Claudio Cordaro
Scenografia
Sonia Peng, Maurizia Narducci
Direttore della fotografia
Roberto Forza
Montaggio Alessandro
Heffler
Gianluca Maria Tavarelli,
regista
Il coraggio di questi uomini non stava solo nel fatto di
rischiare la propria vita, ma stava nella consapevolezza
che un giorno la mafia li avrebbe uccisi. E a questo proposito
è stupefacente il discorso che Borsellino scrive
per la commemorazione del suo amico Giovanni: “Giovanni
Falcone aveva perfetta coscienza che la mafia un giorno
lo avrebbe ucciso…” e quando parla del suo lavoro
di giudice, in un’intervista con Lamberto Sposini,
parla della certezza che tutto questo un giorno gli costerà
caro.
Credo che fare questo film sia stata una delle esperienze
più forti e formative della mia carriera, non è
stato solo “girare un film” da un punto di vista
professionale, ma è stata un’esperienza che
ha coinvolto direttamente la mia vita, che mi ha fatto riflettere
anche su cose che non riguardavano direttamente e strettamente
la mafia. Rivedere il materiale di repertorio, risentire
i discorsi fatti da Borsellino e Falcone, rileggere i loro
scritti o i loro interventi sui giornali è stata
un’esperienza molto coinvolgente.
In qualche modo intendo questo film come una canzone d’amore,
una canzone d’amore dedicata ai protagonisti di questa
storia, a partire da Paolo Borsellino per arrivare ai personaggi
più piccoli, quelli che per motivi narrativi, abbiamo
potuto approfondire e raccontare di meno ma che non per
questo sono meno grandi ai nostri occhi.
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