Fabrizio Bentivoglio: “Vi farò ridere. Sono in debito con la commedia”

Sarà lo sguardo malinconico, l’aria timida, certe esitazioni da ragazzo beneducato.

Fabrizio Bentivoglio negli ultimi anni ha interpretato ruoli da intellettuali pensosi, mariti tormentati, padri imperfetti, uomini piegati dalla malattia. “Invece ho scoperto quanto sia bello far ridere, quanto sia liberatorio: con questo ruolo da chef mi sono preso tutta la libertà di mostrare un’altra parte di me”.

Da giovedì 11 aprile l’attore nato al piccolo Teatro, eroe del cinema di Salvatores, rimette la giacca da cuoco chic nella seconda serie di Benvenuti a Tavola-Nord contro Sud di Lucio Pellegrini, su Canale 5.Riprende il duello con Giorgio Tirabassi, la saga dei due ristoratori rivali a Milano ha arruolato Vanessa Incontrada e la sfida tra due mentalità, due mondi, due stili in cucina diventa ancora più divertente.

Mentre va in onda la fiction, l’attore gira a Milano Il capitale umano di Paolo Virzì, dal romanzo di Stephen Amidon (la sceneggiatura è firmata da Francesco Bruni e Francesco Piccolo). “Un thriller brianzolo o, se volete, un noir padano” come ha spiegato il regista “che vuole raccontare le conseguenze che l’ansia del denaro può avere sulle persone nell’epoca dei grandi crolli finanziari, insomma, la realtà che stiamo vivendo oggi.

Bentivoglio, chi è nel film? “Non posso dire molto, sono il signor Dino Ossola – il nome dice tutto – ha l’immobiliare sul corso del paese e le cose vanno malino. La famiglia rivale è quella dei Bernaschi, con moglie e figlio con cui ha instaurato una relazione la figlia di Dino. Ossola approfitta di questa vicinanza tra i due ragazzi con tutte le conseguenze del caso”.

Il film racconta l’Italia? “Il capitale umano è quello che siamo diventati”.

Grazie alla TV ha scoperto che le piace far ridere? “Si, perchè no? Sono un po’ in debito, professionalmente parlando, con quel lato più leggero che genericamente chiamiamo commedia. L’anno scorso, girando Benvenuti a Tavola, camminavo sulle uova, stavolta mi sono sentito più libero e mi sono divertito con Giorgio Tirabassi”.

Perchè le hanno sempre affidato ruoli drammatici? “Le scelte sono sempre cicliche, ero rimasto imprigionato in un cliché. Inevitabilmente è successo che abbiano finito per considerarmi un attore di un solo tipo, al cinema tendono ad incasellarti, sai fare certi ruoli e i registi vanno sul sicuro. Tentare nuove strade può diventare complicato. Ma ero pronto”.

Masterchef spopola, Cracco &co conquistano le copertine. “Pietro Valsecchi ha grande intuito, con la serie ha visto lungo, ha assecondato una sua autentica passione. Quando nella scelta non c’è solo calcolo, ma vera curiosità le cose riescono”.

Dal cinema d’autore è passato alla TV, non ha mantenuto la promessa fatta a Mastroianni che a Venezia le disse: “Bentivoglio sei bravo, ora non ti mettere a fare la televisione”. “E’ vero, era il 1993, avevo vinto la Coppa Volpi per Un’anima divisa in due. Però l’ho mantenuta per una ventina d’anni… Rivendico questa scelta, mi ha permesso di giocare, riscoprire il mio corpo d’attore in movimento. Mi erano state date tante possibilità, ma andavano tutte sulla strada dell’interiorizzazione”.

Per anni ha fatto parte di un gruppo: quanto è contata l’amicizia con Salvatores e Abatantuono? “Tanto. Da teatrante la sensazione è quella di fare parte di una compagnia, ci sono sempre gli arrivederci, ma sai che ci si rincontrerà: quando ti ritrovi è come essersi lasciati il giorno prima. Diego per me è una persona speciale, confesso che vorrei essere come lui: estroverso, incontenibile. Se ripenso a Marrakech Express, al nostro primo incontro, ricordo che rimasi affascinato dalla sua potenza, dalla sua libertà. Non era mai capitato che qualcuno mi facesse ridere in scena, una cosa inconcepibile, da dilettanti. E con lui mi è successo”.

Ha dovuto interrompere la scena? “Per forza, ridevo dalle lacrime. Quella lezione è stata cruciale. Ho pensato spesso che il ruolo dello chef Conforti sarebbe stato perfetto per Diego, l’ho interpretato pensando a come avrebbe potuto farlo lui. Ha una comunicatività, un’umanità…”

Ha iniziato al Piccolo, le manca il teatro? “Si, quando poi vedo spettacoli come Le voci di dentro con i fratelli Servillo mi rincuoro, mi emoziono e mi viene voglia di rifarlo. Ma cinema e teatro hanno ritmi diversi, per il teatro devi sapere tutto un anno prima, il cinema è fluttuante: un film può slittare, anticipare. E’ complicato, Toni Servillo ha una sua compagni, meravigliosa, e può gestire tutto direttamente. E’ un genio in scena e Peppe è un talento, lo sapevo avendo condiviso con lui il palco”.

Ha scoperto la paternità da adulto, a 55 anni ha tre figli piccoli. E’ felice? “Oddio, la parola felice è impegnativa, però si, nel senso che fortunatamente ho potuto smussare certe nevrosi e arrivare in maniera più equilibrata alla paternità. Rivendico di esserci arrivato tardi, prima non avrei potuto neanche provare a fare il padre. L’educazione dei figli è un corpo a corpo da cui si esce spossati. Sono un figlio unico che ha sofferto, ho sempre desiderato avere fratelli, condividere. In fondo, invidio i bambini perchè ognuno di loro ha un fratello e una sorella. Bello, e adesso è come se li avessi anch’io”.

Articolo tratto da “La Repubblica” a firma di Silvia Fumarola

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