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“Quo vado?” racconta la storia di Checco, un ragazzo che ha realizzato tutti  i sogni della sua vita. Voleva vivere con i suoi genitori evitando così una costosa indipendenza e c’è riuscito, voleva essere eternamente fidanzato senza mai affrontare le responsabilità di un matrimonio con relativi figli e ce l’ha fatta, ma soprattutto, sognava da sempre un lavoro sicuro ed è riuscito ad ottenere il massimo: un posto fisso nell’ufficio provinciale caccia e pesca. Con questa meravigliosa leggerezza Checco affronta una vita che fa invidia a tutti. Un giorno però tutto cambia. Il governo vara la riforma della pubblica amministrazione che decreta il taglio delle provincie. Convocato al ministero dalla spietata dirigente Sironi, Checco è messo di fronte ad una scelta difficile: lasciare il posto fisso o essere trasferito lontano da casa. Per Checco il posto fisso è sacro e pur di mantenerlo accetta il trasferimento. Per metterlo nelle condizioni di dimettersi, la dottoressa Sironi lo fa girovagare in diverse località italiane a ricoprire i ruoli più improbabili e pericolosi, ma Checco resiste eroicamente a tutto. La Sironi esausta rincara la dose e lo trasferisce al Polo Nord, in una base scientifica italiana col compito di difendere i ricercatori dagli attacchi degli orsi polari. Proprio quando è sul punto di abbandonare il suo amato posto fisso, Checco conosce Valeria, una ricercatrice che studia gli animali in via d’estinzione e si innamora perdutamente di lei. Inizia così un’avventura fantastica nella quale Checco scoprirà un nuovo mondo, aprendo la sua piccola esistenza a orizzonti lontanissimi. Dalle note di regia: “In Italia, negli anni sessanta, per contrastare l’avanzata del comunismo si assumevano migliaia di statali. Gli impiegati pubblici hanno salvato la democrazia nel nostro Paese. Immaginate quanti uomini e donne che avevano un talento l’hanno dovuto sacrificare per quella che  si definiva “la sicurezza”, il posto fisso. Non c’era genitore che, a un figlio con qualità artistiche, non lo consigliasse – costringesse a un più sereno pubblico incarico con stipendio sicuro. Stesso destino lo subisce l’imprenditore che, dal doversi inventare qualcosa di valido per il mercato, riceve fondi statali che annientano la sua creatività, la deriva del “made in Italy”. Il nostro Paese subisce in quegli anni un capovolgimento psicologico, si passa infatti dai concetti futuristico- fascisti di coraggio e intraprendenza, anche troppa, al senso rasserenante impiegatizio democristiano che accompagnerà tutto il corso della prima repubblica, un profilo sociale che arriva fino al nostro contemporaneo segnandolo ancora e profondamente. Sì, perché svegliarsi da quel torpore durato oltre cinquant’anni non è così facile. L’attuale mondo del lavoro mostra le sue fredde complessità a un Paese che fa ancora richiesta di modelli assistenzialistici. La difficoltà di concepire il nuovo senso di occupazione si avverte in frasi tipo “mio figlio è stato costretto ad andare a lavorare all’estero”. In quel “costretto” si annida tutta l’impossibile comprensione del presente. Stessa cosa vale per gli imprenditori: “lo Stato faccia qualcosa” prende il posto della ricerca d’invenzioni e creatività interessanti. “Quo Vado?” parte da tutto questo. E’ il racconto di un tempo in bilico tra certezza e incertezza, dove Checco, figlio di quella mentalità assistenzialistica, deve provare ad arrangiarsi“.

“Chiamatemi Francesco” è il racconto del percorso che ha portato Jorge Bergoglio, figlio di una famiglia di immigrati italiani a Buenos Aires, alla guida della Chiesa Cattolica. È un viaggio umano e spirituale durato più di mezzo secolo, sullo sfondo di un paese – l’Argentina – che ha vissuto momenti storici controversi, fino all’elezione al soglio pontificio nel 2013. Negli anni della giovinezza Jorge è un ragazzo come tanti, peronista, con una fidanzata, gli amici, e una professoressa di Chimica, Esther Ballestrino, cui rimarrà legato per tutta la vita. Tutto cambia quando la vocazione lo porterà a entrare, poco più che ventenne, nel rigoroso ordine dei Gesuiti. Durante la terribile dittatura militare di Videla, Bergoglio viene nominato, seppur ancora molto giovane, Padre Provinciale dei Gesuiti per l’Argentina. Questa responsabilità in un momento così tetro metterà alla prova, nel modo più drammatico, la fede e il coraggio del futuro Papa. Jorge nonostante i rischi si impegnerà in prima persona nella difesa dei perseguitati dal regime – ma pagherà un prezzo umanamente altissimo vedendo morire o “scomparire” alcuni tra i suoi più amati compagni di strada. Da questa esperienza Bergoglio uscirà cambiato e pronto a vivere il suo impegno futuro nella costante difesa degli ultimi e degli emarginati. Divenuto Arcivescovo di Buenos Aires continuerà la sua opera di aiuto agli abitanti delle periferie, difendendoli dalle sopraffazioni del potere e promuovendone la crescita individuale e collettiva. Il racconto si conclude con l’indimenticabile serata in cui, in una piazza San Pietro stracolma di folla, Jorge Bergoglio vestito di bianco e con una croce di ferro, saluterà il mondo con il nome di Francesco, con la schietta semplicità e l’umanità profonda con cui tutti siamo abituati a conoscerlo. “Non sei stato a Venezia se non sei stato a Harry’s Bar”, dicono alcuni dei clienti più affezionati. Perché questo locale veneziano è diventato negli anni un punto di riferimento tanto importante per la città? L’Harry’s Bar nasce nel 1931 in seguito a un gesto di generosità fatto da un giovane barman dell’Hotel Europa, Giuseppe Cipriani, nei confronti di un cliente americano rimasto senza soldi, di nome Harry Pickering. Il cliente, per gratitudine, investe in un bar che sarà il regno di Giuseppe e prenderà il nome dal suo finanziatore: Harry. Il locale attrae da subito moltissimi clienti, perché è il primo nello stile di un bar d’albergo che però non si trova in un albergo e per il talento del barman Giuseppe, grande preparatore di cocktail, ideatore di piatti prelibati e straordinario ospite. Dall’anno della sua nascita, Harry’s Bar attraversa mille vicissitudini, dalla chiusura sotto il fascismo al momento in cui viene proclamato monumento nazionale, nel 2001. In 80 anni di storia veneziana, questo locale ha visto passare scrittori, pittori, registi, divi del cinema, re, regine e tanti buongustai. Fino a diventare una leggenda. A Giuseppe Cipriani, negli anni, è subentrato il figlio Arrigo, “il primo uomo che ha preso il nome da un bar”, che da 50 anni si prende cura di quella che lui chiama “La Stanza”. Perché Harry’s Bar è un piccolo locale, anche se dentro vi è passato il mondo e la sua storia si è sempre intrecciata con la storia di Venezia, con tutti gli accadimenti che hanno animato la città dagli anni 30 in poi: dalla Mostra del Cinema alla Biennale D’Arte, dalla guerra alla Liberazione, dagli anni del Jet Set fino ai fatti del ’68. Intrecciando la storia di Venezia con quella di Harry’s Bar, le voci di vari personaggi coinvolti nelle vicende veneziane conducono la narrazione, in contrappunto con le storie più legate al locale, di cui racconta Arrigo Cipriani. L’insieme di queste voci svela quali sono gli elementi che fanno di questo locale un posto unico al mondo. Continua l’appassionante saga della squadra di poliziotti più amata d’Italia. La Squadra Duomo, sempre guidata dal vicequestore Calcaterra (Marco Bocci), nella prossima stagione affronterà un tema di grande attualità: al centro delle indagini saranno le infiltrazioni ramificate della mafia nei centri del potere economico finanziario italiano per riuscire a mettere le mani su una gigantesca infrastruttura energetica internazionale che verrà costruita in Sicilia. A supportare la squadra verrà chiamato un nuovo abile vicequestore, Davide Tempofosco (Giovanni Scifoni), affiancato da una esperta analista finanziaria, Anna Cantalupo – interpretata da Daniela Marra – la cui storia personale si intreccerà imprevedibilmente con le indagini della Duomo. I nostri poliziotti cercheranno di scoprire l’identità del misterioso criminale chiamato “il broker” che gestisce il riciclaggio del denaro sporco della mafia ai massimi livelli: per contendersi i suoi servizi si muoveranno le maggiori famiglie mafiose della Sicilia, dai Maglio ai Corvo. E non poteva mancare la regia occulta di Filippo De Silva che, ancora una volta, manovrerà sul sottile crinale tra mafia, servizi segreti e poteri forti, in una girandola di colpi di scena sempre più imprevedibili. Squadra Mobile nasce dall’idea di voler raccontare la vita quotidiana e a volte impossibile della polizia nella Capitale. Un lavoro che coinvolge h24, che non permette di avere tempo libero per la famiglia, per la vita privata o altro… eppure un lavoro a cui i nostri poliziotti sono devoti e per il quale sono disposti a sacrificare tutto… I casi che si trovano ad affrontare sono molto variegati, dalla grande inchiesta sul traffico di droga all’amico commerciante sottoposto a racket, dalle donne vittime di violenza ai casi di bullismo nelle scuole. Insomma tutto quello che può accadere in una metropoli viene raccontato nel corso della serie. Per fare questo si è scelto anche un punto di vista particolare, noto e caro al pubblico italiano: il protagonista della nostra serie infatti si chiama Roberto Ardenzi (interpretato ovviamente da Giorgio Tirabassi), l’ex commissario del famoso Decimo Tuscolano di Distretto di Polizia. Lo ritroviamo diversi anni dopo, con sua figlia Mauretta ormai studentessa universitaria, una vita privata pressoché distrutta ma ancora innamorato della sua città e soprattutto della sua professione. Accanto a lui, una nuovissima squadra di poliziotti. Da Isabella, giovane e bella ispettrice, specializzata nei reati di stalking a Sandro, il collega più d’esperienza, con una vita passata sulle strade di Roma e di cui porta ancora i segni; al più immaturo Giacomo, alle prese con la gestione del suo lavoro e di una famiglia sulle spalle, a Valeria e Roberta giovani poliziotte sempre sul pezzo, pronte a sacrificare tutto per il loro lavoro; fino a Riccardo e Marcello, le due reclute inesperte ma desiderose di imparare. Attraverso le loro vicende e i loro sguardi, viene raccontato non solo il complesso lavoro del poliziotto in una città come Roma, ma anche le vicende personali, gli amori, gli sbagli e le delusioni dei nostri personaggi. Il tutto è narrato con un ritmo serrato che alterna appunto lavoro e vita privata, emergenze e feste di compleanno cercando di restituire la frenesia della vita di un poliziotto nel 2015.
Nina è una giovane laureata in psicologia e ha appena vinto un dottorato, è alla guida della sua auto, stipata di scatoloni e sta tornando a casa, nel piccolo centro di provincia, dove è nata e dove non torna da anni. I cartelli stradali l’avvertono che è quasi giunta a destinazione e lei guida, tesa, emozionata, cercando di riconoscere quei luoghi che un tempo le erano familiari. La sua lunga lontananza è stata dettata da un evento che l’ha segnata profondamente, quando era solo una bambina: l’abbandono da parte di sua madre Cecilia che un giorno, semplicemente, se n’è andata per non tornare più indietro. Il trauma per lei è stato così forte da costringere suo padre, Pietro, a farla crescere e studiare all’estero. Da allora, sono passati vent’anni e a Nina è sembrato uno strano scherzo del destino scoprire di essere stata accettata, fra gli atenei di mezza Europa a cui aveva fatto domanda, proprio nel grande campus universitario della sua cittadina d’origine. Ma non è stato, in fondo, un caso: lei non lo ammetterebbe neanche a se stessa, ma il vero motivo del suo ritorno non è il lavoro all’università, ma trovare una risposta alla domanda che la tormenta da tutta la vita …scoprire perché sua madre l’ha abbandonata. Qualche giorno dopo, Nina inizia a lavorare al campus: è una vera e propria città universitaria, moderna e funzionale …e lei, al suo arrivo, la scruta un po’ emozionata. La stessa emozione che prova, di nuovo, quando si trova per la prima volta in aula a fare lezione con gli studenti. Ma una volta rotto il ghiaccio, Nina riesce a coinvolgere i ragazzi ed a creare, sin da subito, un buon rapporto con tutti loro …o quasi. C’è, infatti, una studentessa piuttosto problematica, Samantha …che Nina prende subito a cuore, è convinta che nasconda un grave problema …e i suoi sospetti trovano una drammatica conferma quando la studentessa, tempo dopo, viene trovata morta nel bosco, secondo la polizia, uccisa da un abuso di droghe e alcol. Nina è sicura che le cose siano andate diversamente e la ricerca della verità diventa per lei un’ossessione.  Inizia così un’indagine personale, nel corso della quale verrà aiutata da Alex Corso, un uomo appena uscito di prigione. Il loro rapporto, inizialmente, è conflittuale: per tutti, Alex è un assassino. Anche un poliziotto, Damiani, che corteggia Nina da quando è arrivata, la avverte di stare alla larga da lui. Ma ben presto, Nina capisce che la storia di Alex ha molti tratti in comune con la sua …è stato accusato ingiustamente per la morte di Eleonora, la sua fidanzata, avvenuta vent’anni prima, negli stessi giorni in cui Cecilia, la madre di Nina, è sparita senza lasciare tracce. Un po’ alla volta, Nina si convince che la verità su sua madre non sia quella che le è stata raccontata: Cecilia non l’ha abbandonata, qualcuno l’ha uccisa e l’ha fatta sparire. Perché? E cosa lega quello che è successo vent’anni prima alla morte della sua studentessa? Nina e Alex si troveranno impegnati in una lotta contro il tempo, per arrivare a svelare un segreto inconfessabile che unisce il passato e il presente di quella cittadina apparentemente tranquilla, di quella comunità apparentemente unita. Il Vice Questore Calcaterra è in trasferta in Montenegro, dove le forze di polizia locali hanno localizzato il mafioso russo Afrikanietz, sfuggito ai nostri nella stagione precedente. Calcaterra partecipa al blitz e si trova di fronte a uno scenario surreale. Afrikanietz e i suoi uomini sono morti, e il killer sta scappando. Attraverso le fiamme Calcaterra può vederlo prima che fugga del tutto: il responsabile è De Silva. Afrikanietz ha lasciato un messaggio in cirillico scritto con il sangue, la parola Crisalide. Ben presto viene fuori che Crisalide era un codice tattico usato dal Sismi negli anni ’80. I primi tentativi di saperne di più vano a sbattere sul muro di gomma dei Servizi Segreti. Nella testa di Calcaterra si fa strada l’idea di un’organizzazione nata in seno ai Servizi segreti deviati, che ha aiutato De Silva a salvarsi dal pozzo nella quale era finito con lui in Sam 4 e ora lo abbia rimesso al lavoro. Con quali scopi? Calcaterra comincia a essere ossessionato dall’indagine, ma nessuno sembra per ora dargli credito, visto che De Silva risulta ancora ufficialmente morto. Lara nel frattempo torna ha fare i conti con sua sorella Veronica, alla quale chiede inutilmente di aiutarla a incastrare un boss con cui lei ha lavorato in passato, Carmine Spinone. Quest’ultimo, in carcere in attesa di processo, benedice l’uscita dal penitenziario di Ettore Ragno, un mafioso di piccolo cabotaggio intenzionato ad allargarsi grazie all’appoggio del boss. La Duomo mette ben presto sotto i riflettori lui e i suoi fratelli Rachele e Nicola, che insieme ai cugini Saro e Angelino compiono subito una serie di azioni criminose per riconquistare il mandamento di Spinone. Intanto, Veronica riceve in carcere la visita di De Silva, che per conto di Crisalide gli offre la libertà in cambio di una collaborazione. Veronica accetta e si ritrova dopo poche ore ai domiciliari: la prova del dna che la incastrava per l’omicidio di Leonardo Abate infatti è sparita. Ben presto capiamo che Crisalide vuole che sia proprio Veronica, grazie ai trascorsi di amicizia con Spinone, ad avvicinare i ragno e a guidarli nella loro scalata. La Duomo, intuito la trama di relazioni che si sta sviluppando decide di infiltrare un agente in carcere per avvicinare Spinone e carpirgli informazioni. La scelta cade su Pietrangeli, appena rientrato dalla Svezia dove ha risolto i suoi problemi alla schiena. Anche Sciuto e Francesca si ritrovano personalmente coinvolti nelle indagini. Il primo perché ritrova la sua vecchia fiamma Carmela, madre di Saro e Angelino Ragno. La seconda perché colpita dal coraggio di Marta, una ragazza che non si tira indietro dal testimoniare contro Ettore Ragno. Torino, oggi. Pietro e Francesca sono una coppia felice. Fidanzati da sempre, manca un mese al loro matrimonio. Hanno deciso di sposarsi, come dice lei, “Perché un padre non l’ho mai avuto e io una famiglia vera la voglio, una volta nella vita. Perché mia madre non ci crede e io voglio darle torto. Perché Pietro è l’uomo della mia vita ed è giusto così. Perché questa è una scommessa e questa scommessa io la vinco”. Lui lavora in un importante studio legale, e si occupa di divorzi. Lei fa la ricercatrice all’Università, e sogna di poter vincere un concorso e diventare finalmente docente. Le loro giornate sono dunque piene di impegni: dall’organizzazione della cerimonia al lavoro, dal vedere gli amici al ritagliarsi dei momenti solo per loro due. E come accade quando il destino decide di essere beffardo, questo meccanismo delicato trova il modo di rompersi. Succede quando Pietro incontra per caso Stella, una giovane attrice venuta in città per girare il suo primo film importante da protagonista. Quello che era solo un incontro diventa un flirt e quello che doveva essere solo un flirt diventa una relazione. In pochi giorni, Pietro si trova a vivere una doppia vita, che nega l’evidenza dei fatti (il matrimonio si avvicina), i consigli degli amici e il buon senso che gli dice che prima o poi il castello di carte crollerà. Inizia a mentire a Francesca, a Stella, agli amici, al titolare dello studio e a se stesso. Corre a mille verso la catastrofe. E la catastrofe si scatena quando Francesca e Stella si incontrano. Per Pietro è la resa dei conti … In breve, perde la futura moglie e l’amante. E mette un bel punto interrogativo sulle sue possibilità di carriera. Dovrà capire se quella giusta è Francesca, Stella o nessuna delle due. E quando saprà chi è quella giusta, dovrà riconquistarla, farle credere di nuovo nell’amore. Dovrà trovare, una volta per tutte, il suo posto al mondo. Ti amo troppo per dirtelo è una commedia romantica di nuova generazione, ambientata in una città che corre verso il futuro con i suoi scenari post-industriali e la sua popolazione multi-etnica. Pio e Amedeo sono due stretti amici nonché soci in affari di una particolare agenzia di pompe funebri. Pio sta per sposarsi con Rosa, ma qualche giorno prima delle nozze sul web circola un video piccante della sua futura sposa. A questo punto il suo amico Amedeo lo convince a fuggire da Foggia, e iniziano così un viaggio che gli farà scoprire realtà molto distanti dalla loro vita di provincia. La tranquillità di un piccolo comune nel milanese viene sconvolta dalla strana morte di una ragazza. Viola Mantovani, commissario incaricato delle indagini, e i suoi collaboratori pensano si tratti di una morte per overdose. Ma l’ispettore Michele Benevento di Milano la pensa diversamente ed è convinto che dietro l’episodio si nasconda la mano della famiglia Marruso, vale a dire la mano della ‘Ndrangheta. La famiglia, calabrese di origini ma residente da anni proprio nel piccolo comune di pertinenza del commissario Mantovani, è composta dal vecchio capo famiglia Carmine, da due figli maschi, Pinuccio, il maggiore, e Fulvio, il minore, e una figlia femmina, Maria. Ufficialmente i Marruso sono dei ristoratori, ma la verità è un’altra… Né il Commissario Mantovani, né l’ispettore Benevento sanno ancora fino a che punto si sia estesa la capacità corruttiva della famiglia. Quello che sanno per certo è che non si piacciono, al punto che la Mantovani all’inizio rifiuta addirittura di credere all’ipotesi investigativa di Benevento. Un nuovo episodio di sangue fa però capire alla Mantovani che i sospetti di Benevento potrebbero essere fondati e lo fa assegnare al proprio commissariato, formando una squadra speciale con il compito di indagare sugli affari sporchi della famiglia Marruso. Grazie alla conoscenza dei meccanismi criminali dei Marruso apportata da Benevento, i poliziotti ricostruiscono le dinamiche del sistema di corruzione e spaccio di cocaina dei Marruso; ma l’indagine è complessa e reperire prove particolarmente difficile. Saranno due eventi imprevedibili a cambiare il corso delle indagini…
La seconda stagione del Tredicesimo Apostolo riparte da dove tutto era rimasto in sospeso: Gabriel è davvero l’Eletto che rovescerà’ la chiesa o riuscirà’ a cambiare il suo destino? Serventi e l’organizzazione del Candelaio sembrano sconfitti ma in realtà’ c’è ancora molto da scoprire per riuscire a fermarli e a capire i motivi della loro lotta che, fin da subito, si dimostra ancora più minacciosa e pericolosa. Gabriel ha rinunciato alla storia con Claudia (Claudia Pandolfi) ma non ha smesso di amarla, non può’ cambiare i suoi sentimenti. Claudia è lontana, sta cercando di rifarsi una vita, sa che l’amore per Gabriel è impossibile da realizzare eppure è proprio quell’amore che può salvare entrambi. In un modo che nessuno di loro può’ ancora immaginare. E intanto, all’oscuro della Chiesa e della Congregazione guidata da Isaia, un altro nemico viene alla luce, un nemico legato a doppio filo con Gabriel, con il suo passato, con quello che Gabriel rappresenta, con quello che Gabriel sta per diventare. Domenico Calcaterra, ancora ossessionato dall’immagine confusa che gli ha salvato la vita aprendo la botola – alla fine della quarta stagione – fa visita a Leonardino Abate nella casa protetta da dove il piccolo è in procinto di partire per essere affidato ad un nuova famiglia. Qualcuno però è determinato a impedire il suo trasferimento. Un commando fa irruzione nella casa protetta seminando il panico e portando via il bambino. Inizia così la ricerca spasmodica da parte di sua madre Rosy… “Se sarai promosso con tutti dieci papà ti regala una vacanza da sogno”. È questa la promessa che Checco fa al figlio Nicolò. Fin qui tutto bene, il problema è che Checco, venditore di aspirapolvere in piena crisi sia con il fatturato che con la moglie, non può permettersi di regalare al figlio nemmeno un giorno al mare. E quando Nicolò riceve la pagella perfetta, la promessa va mantenuta. Fortuna che a Checco non manca l’ottimismo: partito con la speranza, delusa, di vendere qualche aspirapolvere ai suoi parenti in Molise, si ritrova a casa di Zoe, una ricchissima ragazza che ha un figlio proprio dell’età di Nicolò. Nasce un’amicizia tra i due bambini e Zoe adotta Checco e Nicolò e li fa entrare nel suo mondo: inviti a party esclusivi, bagni in piscine fantastiche e ancora yacht, cavalli, campi da golf, serate a Portofino. Dopo lo straordinario successo della prima serie, nella seconda la cucina e il cibo sono sempre al centro delle vicende delle famiglie Perrone e Conforti, con il duello infinito tra Paolo (Giorgio Tirabassi) e Carlo (Fabrizio Bentivoglio), e poi l’amicizia tra le rispettive mogli Anna (Lorenza Indovina) e Elisabetta (Debora Villa), i problemi dei figli, i guai combinati dagli altri componenti dei due ristoranti più divertenti d’Italia. Tante new entry nel cast, prima tra tutte Vanessa Incontrada, che porterà nella cucina dei Perrone una ventata di Spagna e tante risate, poi Fabio Troiano, che interpreterà il cugino di Paolo (Giorgio Tirabassi), aspirante attore sempre in cerca del provino che lo farà diventare una star, Marianna De Martino, modella bella e impossibile che creerà un certo scompiglio e Federico Costantini, che interpreta un giovane calciatore. Ritroveremo anche Renato (Antonio Catania) compagno di goliardate di Carlo e il burbero Borzacchini (Umberto Orsini) suocero di Carlo e proprietario del Meneghino. In questa serie, vedremo i nostri protagonisti impegnati a fronteggiare creativamente la crisi economica, li troveremo alle prese con una serie di situazioni che nascono ai tavoli dei ristoranti, e naturalmente non mancheranno storie d’amore e problemi famigliari. E poi una grande sorpresa li porterà lontano… Dopo il successo del primo film (I Soliti Idioti, 2011) con oltre 11 milioni di euro di incasso ed una quarta serie televisiva che ha fatto registrare ancora una volta record di ascolti, Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio tornano sul grande schermo con la loro satira cinica e grottesca. Il produttore Pietro Valsecchi sin dall’inizio ha sottolineato “Questo è il film che spariglierà il cinema a Natale” , nuovi tempi comici, nuove storie e un nuovo modo di raccontare i personaggi e di assumerne maschere e linguaggi per un ritratto senza mezzi toni del nostro bel paese. I 2 Soliti Idioti, prodotto da Taodue e distribuito da Medusa, è stato girato in 7 settimane a Milano, periodo in cui i protagonisti si sono inoltre divertiti a creare materiali inediti per i propri fan: pillole di backstage, filmati e foto esclusive dal set. I 2 Soliti Idioti, scritto da Francesco Mandelli, Fabrizio Biggio e Martino Ferro per la regia di Enrico Lando, si presenta come un vero e proprio sequel: protagonisti i personaggi più amati dal pubblico, Ruggero De Ceglie e il figlio Gianluca, che ritroviamo in fuga dalla gang dei Russi. Ma in questo anno tante cose sono cambiate e la crisi si è abbattuta anche sull’impero del Wurstel. Per salvarlo Ruggero è disposto a tutto anche a ricorrere all’aiuto del padre di Fabiana, un uomo rigoroso ed austero che ricalca alla perfezione la contemporaneità. In questo ruolo un grande e istrionico attore,Teo Teocoli, che conferma la sua sintonia con la comicità de I Soliti idioti. Assieme a nostri protagonisti anche la bella attrice spagnola Miriam Giovanelli, nel ruolo di una singolare badante al fianco di Ruggero De Ceglie. Amnesie, imbrogli e sotterfugi saranno solo alcuni degli ingredienti di quella che si preannuncia come una rocambolesca epopea: riuscirà Ruggero a salvare il suo impero, scappare dai Russi e sopratutto salvarsi dalla temibile scure dell’erario?
Parla il produttore Pietro Valsecchi. Il progetto della Scimmia nasce da un’idea semplice e attuale: dare ai ragazzi una seconda chance, premiando l’impegno e il merito. E’ un’idea che, come sempre è accaduto nella mia attività cinematografica e televisiva, prende spunto dall’osservazione della realtà che ci circonda, dalla situazione di incertezza e demotivazione che i nostri ragazzi vivono durante il percorso scolastico e che li conduce spesso a non sviluppare le proprie potenzialità e i propri talenti. Ho pensato allora di offrire a un gruppo di ragazzi che ancora non hanno superato l’esame di maturità la possibilità di entrare nella scuola tutti e raccontare il romanzo di formazione di un’intera generazione. E alla base di questo c’è un concetto che deve tornare centrale nella nostra società: solo con l’impegno e con il merito si possono ottenere ottimi risultati. Dopo aver scritto il format e il concept ho cominciato a farlo leggere, e il grande entusiasmo che il progetto suscitava mi ha convinto a realizzarlo il prima possibile. Così prima dell’estate ho messo assieme una squadra di validi collaboratori come Edoardo Camurri, Giorgio Grignaffini, Walter Siti e una schiera di giovani autori che avendolo trovato innovativo nel linguaggio e nei contenuti, hanno deciso di proseguire con me quest’avventura. I ragazzi che abbiamo scelto e che cercheranno insieme a noi di prendere il diploma di maturità liceale (prima da privatisti e poi all’esame di stato) non dovranno solo impegnarsi nello studio delle materie scolastiche, bensì avranno la possibilità di coltivare i loro talenti (musica, danza, sport, arte, poesia ecc.) aiutati in questo percorso da personalità di alto livello nei vari settori. I ragazzi che al termine di questo anno di studio e di crescita personale avranno ottenuto i migliori risultati, vinceranno una borsa di studio per l’università o una somma di denaro per sviluppare un’idea imprenditoriale. Il linguaggio attraverso cui racconteremo tutto ciò sarà l’unico che conosco, quello della docu-fiction. La scelta della docu-fiction ci permetterà di mettere sempre al centro le emozioni, quelle dei ragazzi ma anche quelle che i nostri docenti sapranno trasmettere rendendo vive e appassionanti le materie di insegnamento. Un’altra grande novità di questo progetto è che vive realmente all’incrocio tra web e tv e consentirà un’interazione costante e fattiva tra il pubblico a casa e i ragazzi e gli altri ospiti della Scimmia. La Banda del Lupo è tornata. È sempre più strumento nelle mani del suo capo, ma stavolta non si accontenta di rapinare e terrorizzare. Vuole vendetta, e nel suo mirino ci sono Lucia Brancato e i Ris. Lo scontro ormai è diretto, dichiarato: Mario Pugliese, alias il Lupo, che per un anno ha meditato in che modo prendersi la sua rivincita per la disfatta rimediata a opera dei Carabinieri, ha organizzato tutto per il meglio. Al suo fianco ha un nuovo elemento, che prima lo ha aiutato a riconquistare la libertà, e ora gli permetterà di far evadere gli altri componenti della Banda. Sa come e dove colpire i nostri, e non solo è ritornato più spietato di prima, ma si sente quasi invulnerabile; al punto da mettere in atto colpi sempre più clamorosi, monopolizzando l’attenzione dell’opinione pubblica. Mentre da un lato sogna e prepara il “grande colpo” che potrà permettere alla Banda un futuro dorato altrove, dall’altro cerca di eliminare tutti coloro che, adesso e in passato, si sono messi di traverso sulla sua strada. I Ris sono fin da subito sotto attacco, minacciati e persino invasi nella loro intimità: barcollano, ma con tenacia il capitano Brancato riesce a tenere il gruppo unito, e a far avanzare le indagini, così che i risultati iniziano ad arrivare. Più volte i nostri protagonisti giungono a un passo dal fermare la Banda, grazie anche all’aiuto di un criminologo, il prof. Stefano Greco… “Il clan dei camorristi” è la storia di una fra le più spietate organizzazioni mafiose e criminali che abbia mai conosciuto l’Italia, un clan capace di costruire negli anni una trama di violenza e d’impunità senza precedenti, di farsi di volta in volta impresa economica e partito politico, di corrodere dall’interno le istituzioni, di trovare nicchie di insospettabile complicità anche ai livelli più alti dello Stato. Insomma, un sistema criminale efferato, silenzioso, avido. Ma la nostra serie televisiva è anche il racconto della risposta determinata che una parte del Paese e della società civile hanno costruito negli anni contro la camorra. La storia di un’Italia che ha voluto conservare un principio di dignità e di rigore morale nei luoghi della politica, della giustizia, della vita quotidiana. Ultimo sotto processo per mafia. Ultimo a capo del Nucleo Operativo Ecologico. Ultimo eroe sbattuto alla sbarra in un paese che troppo spesso dimentica i suoi uomini migliori. Ultimo a doversi occupare di reati ecologici nell’Agro Pontino. Ma l’Agro Pontino è davvero il paradiso terrestre, come tutti sembrano credere? A Ultimo non sembra. A Ultimo sembra che stia succedendo qualcosa. Lo sapete che ogni anno una montagna di rifiuti tossici alta come il Monte Bianco viene sepolta sotto i nostri piedi? Lo sapete che per colpa di quei rifiuti si avvelena l’acqua, la terra, i frutti della terra, le cose di cui ci nutriamo? Lo sapete che per colpa di quei rifiuti i più indifesi, le donne incinte, i bambini possono ammalarsi? Possono morire? Lo sapete che quello dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici è uno dei nuovi affari di punta della malavita organizzata? Di questo deve occuparsi il NOE del colonnello Ultimo. Di questo deve e vuole occuparsi Ultimo ora. E lo vorrà ancora di più quando una donna del posto gli morirà praticamente tra le braccia uccisa per oscure ragioni. Lo vorrà ancora di più quando il figlio di quella donna, senza padre né madre, gli urlerà il suo dolore e il suo bisogno di giustizia. Lo vorrà il colonnello Ultimo, con tutto sé stesso, anche se si troverà a dover combattere su più fronti, anche se la mafia ha messo una taglia da un milione di euro sulla sua testa, anche se è stato trascinato in tribunale da quegli stessi mafiosi contro i quali ha combattuto per una vita intera. Accusato dallo stato che ha servito e serve con tutto sé stesso di essere lui stesso un uomo della mafia. Lo vorrà lo stesso, il colonnello Ultimo, perché la sua priorità è la gente semplice, i più deboli, gli ultimi, quelli che oggi rischiano di morire di tumore in ospedale per colpa proprio di quella montagna di rifiuti tossici che qualcuno sta cercando di seppellire sotto i nostri piedi. Dopo l’arresto di Rosy Abate, la squadra Duomo è concentrata sulla cattura di tutti i membri della “Lista Greco”, un elenco di criminali e fiancheggiatori stilato dai servizi segreti deviati e sequestrato alla Abate durante il suo arresto. Durante una delle operazioni, però, la Duomo viene preceduta da un misterioso killer, che uccide un anziano latitante di ritorno a Palermo. Lo stesso killer che, in breve tempo, farà una strage dei vecchi mafiosi. Chi c’è dietro di lui? E perché le stragi sembrano nascondere un piano per arrivare proprio all’Abate, apparentemente decisa a lasciarsi alle spalle il suo passato criminale? Intanto, una nuova famiglia mafiosa si è insediata a Palermo, i Mezzanotte, comandata dai fratelli Dante e Armando, ufficialmente gestori di uno dei night più alla moda della città. I due puntano ad avere un posto di rilievo nella nuova “Commissione” di Cosa Nostra, approfittando del vuoto di potere lasciato dall’Abate. Per fare questo hanno in mente un’operazione di altissimo livello: mettere le mani sugli appalti delle energie alternative. Hanno solo un concorrente: Umberto Nobile, un giovane imprenditore che sogna una Sicilia pulita, libera dalle mafie e capace di dare lavoro e futuro alle famiglie. Per questo rischia di farsi uccidere e la Duomo dovrà proteggerlo. Al compito si dedicherà in particolare l’ispettrice Francesca Leoni, nuovo membro della squadra, fatta arrivare da Roma per dare man forte alla squadra, che per alcuni mesi si vedrà privata di quello che ne è stato l’elemento portante: Claudia Mares. Il Vicequestore Mares, infatti, aspetta un bambino, e sta per prendersi un congedo per maternità…
La serie televisiva Benvenuti a Tavola – Nord vs. Sud si preannuncia come una delle grandi novità per il pubblico di Canale 5 del prossimo anno. Con le sue otto prime serate, la serie racconta in toni da commedia lo scontro tra due ristoranti che sorgono uno di fronte all’altro nel centro storico di Milano. A gestirli sono due famiglie opposte per storia, provenienza e tradizione; da una parte i Conforti, una famiglia della Milano bene che ha creato un ristorante chic, con piatti d’eccellenza, per una clientela danarosa; dall’altra i Perrone, appena giunti dal Cilento con il loro bagaglio di chiassosa allegria, che praticano un menù semplice ma gustoso e attento alla qualità degli alimenti adoperati. Le cucine diventano così le assolute protagoniste della narrazione, dei veri e propri personaggi che con la loro bellezza e funzionalità stimolano le vicende, plasmano le passioni, mettono in moto gli attori. Carlo Conforti e Paolo Perrone, i due capofamiglia, hanno i volti straordinari di Fabrizio Bentivoglio, per la prima volta sul piccolo schermo in una lunga serie, e di Giorgio Tirabassi, amatissimo dal pubblico televisivo e non, insieme a una squadra di altri attori di primissimo piano. Le vicende dei personaggi si snodano di puntata in puntata in spassose battaglie tra i due ristoranti e i loro mondi. Carlo ha la passione di consultare un sito di cucina molto popolare, aggiornandosi sulle ultime ricette e tecniche dei grandi chef e proponendone di proprie, in un dialogo a distanza giornaliero e proficuo che corre attraverso tutta la comunità culinaria nostrana e internazionale. Paolo, per spirito emulativo, inizia a fare lo stesso e ci si prende gusto. Il sito diventa così un terreno comune, un luogo dove parlarsi. La serie è la prima che pone al centro della vicenda il mondo della cucina, con uno stile fresco condito con i toni tipici della commedia all’italiana. Al X Tuscolano, dopo tanti anni di onorato servizio, il Commissario Capo Luca Benvenuto è in procinto di trasferirsi a Torino, dove gli è stato offerto il prestigioso posto di Vicequestore. Vittoria Guerra e Giuseppe Ingargiola invece sono già partiti alla volta del commissariato di Bolzano per avvicinarsi al figlio che vive in Germania. Il Vice Questore aggiunto Leonardo Brandi , il Sovrintendente Otello Gagliardi e la Sovrintendente Capo Anita Cherubini sono le nuove forze pronte a sostituire i colleghi trasferiti e ad unirsi all’organico tuttora operativo al Distretto: Ugo Lombardi, Barbara Rostagno, Pietro Esposito e Giovanni Brenta. In questa nuova edizione della Serie TV poliziesca più longeva della televisione italiana, il nuovo team del X Tuscolano intraprende una lotta che sarà particolarmente dura, una caccia a un nemico misterioso e inafferrabile: Antonio Corallo, un cane sciolto che non appartiene alle classiche organizzazioni criminali e che, per portare a termine il suo ambizioso piano, ama mimetizzarsi nei circoli della “Roma bene”. Le tracce seguite dal Vice Questore Brandi conducono gli uomini del X Tuscolano ad investigare anche in un elegante circolo sportivo della Capitale, entrando in contatto con ragazze molto provocanti e ambigue fra cui Valentina e Mara… Il 7 Agosto del 1990 in un condominio del quartiere Prati, a Roma, in Via Poma 2, al terzo piano nell’ufficio dell’Aiag, una ragazza veniva assassinata con 29 colpi inferti da un arma a doppio taglio. Quella ragazza si chiamava Simonetta Cesaroni. A 21 anni di distanza, la III corte d’Assise di Roma ha condannato il fidanzato della Cesaroni, Raniero Busco, a 24 anni di carcere e al pagamento delle spese processuali. Ma inquirenti, criminologi, giornalisti, pm e giudici aspettano con ansia il risultato della corte d’Appello. Perché le prove che inchioderebbero Raniero Busco per molti sono insufficienti. “Il delitto di Via Poma” è il racconto romanzato di quei fatti. Le vicende, le testimonianze, le verità e le bugie che in questi anni hanno riempito le aule dei tribunali, i giornali, i programmi televisivi. E chi prova a districarsi in questa matassa ingarbugliata è un umile ispettore capo della polizia di Roma. Un signor nessuno, un uomo che non ha mai fatto carriera grazie al suo carattere un po’ burbero e soprattutto poco incline alle piaggerie. Niccolò Montella, si chiama. E il caso di Via Poma entrerà prepotentemente nella sua vita diventando la sua ossessione, il suo chiodo fisso, anche dopo il raggiungimento della pensione. Dopo il successo ottenuto con le tre serie dell’omonima sketch comedy televisiva e il tour teatrale da subito sold out, Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio sono pronti a confrontarsi con il grande schermo e si propongono in questa sfida come interpreti e sceneggiatori, oltre che ideatori delle canzoni originali del film. La comicità cinica e “politically scorrect” della serie viene portata sul grande schermo, seguendo le vicende di Ruggero De Ceglie e suo figlio Gianluca, i due personaggi di maggior successo della serie, in un viaggio cinematografico attraverso l’Italia. Ruggero, padre autoritario, volgare e disonesto, trascina Gianluca, ragazzo dall’animo sensibile, amante dell’arte e della tecnologia, in situazioni rocambolesche per far assaporare al figlio la vita vera e farlo crescere… a modo suo. Il viaggio è accompagnato da alcune tra le coppie di personaggi più amate della serie, che intrecciano il loro percorso con quello dei due protagonisti. Il film è inoltre l’occasione per il debutto sul grande schermo della bellissima modella Madalina Ghenea, già testimonial di spot televisivi e talent show. Mandelli e Biggio dimostrano ancora una volta la propria abilità nel cambiare faccia e personalità e creare protagonisti totalmente diversi tra loro, prendendo ispirazione dalla realtà quotidiana, filtrata attraverso la bizzarra lente della comicità surreale e di situazione, che ci mostra i vari tic degli italiani e smaschera molte volte la loro innocente idiozia. I soliti idioti sono comicità liberatoria, specchio di un’Italia contemporanea di cui si ride proprio perché ci si riconosce. Squadra che vince non si cambia. Per questo il produttore del film Pietro Valsecchi ha voluto che insieme a Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio venisse confermato il cast tecnico che li ha accompagnati nel loro successo, dal regista Enrico Lando al direttore della fotografia Massimo Schiavon, fino all’autore Martino Ferro, che dalla prima serie lavora fianco a fianco con i protagonisti. Originali, infine, le partecipazioni di attori e personaggi dello spettacolo, come Rocco Tanica, la band Verdena, Gianmarco Tognazzi, Valeria Bilello, Giordano De Plano, Miriam Leone, Marco Foschi, che hanno voluto così sostenere la loro passione per I Soliti Idioti! Gabriel Antinori, trent’anni, è gesuita, docente di teologia e membro della Congregazione della Verità, un organo segreto della Chiesa deputato a indagare su presunti fenomeni paranormali. Ma è anche un uomo tormentato da un passato che non riesce a ricordare, fatta eccezione per la notte in cui, a soli nove anni, perse sua madre in circostanze misteriose. Da allora, rimasto orfano, è cresciuto sotto la tutela di Monsignor Demetrio Antinori, suo zio e membro superiore della Congregazione della Verità. Sarà proprio suo zio ad affidare a Gabriel il primo caso sui cui dovrà indagare: una presunta levitazione che vede protagonisti due gemelli di appena sei anni. Gabriel non sarà il solo a raggiungerli nel desolato casolare in cui vivono assieme ai genitori, lì conoscerà Claudia Munari, brillante e affascinante psicoterapeuta che non crede in nulla che non sia spiegabile razionalmente, ma quello che affronteranno assieme li porterà a dubitare profondamente delle reciproche convinzioni spingendoli ad ampliare il loro campo d’indagine, che li porterà ben oltre le loro credenze razionali e religiose. Gabriel avrà inoltre il terribile sospetto che la Congregazione della Verità non sia la sola a studiare i fenomeni su cui indagano, ma che nell’ombra, un misterioso nemico li segua e li preceda con ben altri scopi…
Sono passati otto mesi dalla morte di Ivan Di Meo e dalla fuga della boss mafiosa Rosy Abate da Palermo, ma Claudia Mares, capo della squadra Duomo, sta continuando a darle la caccia. Finalmente le sue ricerche danno qualche frutto. In uno specchio di mare antistante Palermo, Claudia Mares ha scoperto il relitto inabissato di una carretta del mare che contiene alcuni fusti di liquidi tossici e il cadavere di un mafioso. Era l’ultimo uomo rimasto fedele a Rosy e, attraverso le tracce che l’uomo ha lasciato, Claudia scopre dove si nasconde la mafiosa: nella villa di Bogotà di Vincent Truebla, insospettabile re del narcotraffico sudamericano. Rosy, dopo la fuga, è diventata infatti l’amante di Vincent e ha anche dato alla luce un bimbo, Leonardo. Ma mentre Claudia, coadiuvata dal nuovo vicecapo della sua squadra Domenico Calcaterra e dal Giudice Antonucci si muove con una squadra della Dea per catturarla, Rosy fugge con suo figlio, riuscendo a tornare a Palermo, in grande segreto. Aiutata da un vecchio amico del padre, il Puparo, Rosy mette in piedi una nuova famiglia, con un gruppo di fuoco comandato dallo spietato Vito Portanova, leader di un gruppo di camorristi “perdenti” nella guerra contro i Casalesi. Rosy ha un nuovo obiettivo in mente: diventare la regina incontrastata dello smaltimento illegale dei rifiuti, un business che frutta miliardi di euro alla mafia. E per fare questo dovrà eliminare le famiglie avversarie e avvalersi dell’aiuto di una vecchia conoscenza, l’ex agente dei servizi segreti deviati, Filippo de Silva, al momento rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, ma pericoloso come non mai e che ha in mente un piano mostruoso per favorire l’ascesa di Rosy. A Claudia e alla sua squadra composta da Fiamma Rigosi, Luca Serino e Sandro Pietrangeli, nonché dal nuovo arrivato Calcaterra, il compito di fermarli. Il gruppo del capitano Lucia Brancato ha ormai più di un anno di attività alle spalle. Il team si è saldato, dopo qualche incomprensione iniziale, lasciandosi alle spalle il dolore per le ferite riportate nello scontro contro la spietata Vendicatrice, alla fine assicurata alla giustizia. Giorno dopo giorno la squadra della capitana ha mostrato la sua affidabilità. Ognuno ha trovato la sua collocazione nel progetto della Brancato: amalgamare personalità diverse e a volte antitetiche per svelare i misteri nascosti in ogni gesto criminale. Ecco quindi che l’istinto per l’improvvisazione di Ghiro convive con il senso assoluto dell’ordine e del dovere di Bartolomeo Dossena, l’ irruenza e l’ entusiasmo di Emiliano Cecchi ben si sposa con la sensibilità di Flavia Ayroldi. E l’ assenza di Costanza Moro, che ha deciso di lasciare l’Arma per accettare l’allettante offerta di un laboratorio di genetica in America, viene prontamente compensata dall’ arrivo di un nuovo (e in qualche modo controverso) elemento, il tenente Orlando Serra (Simone Gandolfo). Le differenti specificità (arricchite dall’ingresso in seconda battuta del sottotenente Bianca Proietti (Lucia Rossi)) diventano ancor più necessarie in questa nuova stagione, nella quale antagonista dei Ris è una banda di criminali: spietati rapinatori di ville e altri luoghi frequentati da benestanti, che agiscono seminando il terrore, irrompendo nelle vite delle loro vittime, devastandole e, da un certo punto in poi, uccidendo senza pietà. Una sorta di “Arancia meccanica” adeguata ai tempi che viviamo, che subisce subito una drammatica impennata, passando dalle rapine agli omicidi, all’ attacco contro le forze dell’ordine… La “Banda del Lupo” va fermata a tutti i costi. Il più rapidamente possibile. La Banda del Lupo All’inizio sono in quattro, poi in cinque. Agiscono indossando inquietanti maschere di animali (il loro capo porta quella da Lupo) e proprio come bestie affamate entrano in azione, non solo depredando tutto ciò che possono, ma anche distruggendo e umiliando le vittime. Ognuno di loro è mosso da un movente – dalla vendetta al riscatto personale, dall’avidità al gusto della folle trasgressione – ma sotto l’influenza del Capo agiscono come un gruppo d’assalto compatto e micidiale. La rapina di beni lussuosi e la violenza contro vittime spaventate e inermi li eccita, li fa sentire grandi e potenti. Non c’è però solo sorda violenza nel loro comportamento. La banda è difficile da fermare perché ben organizzata. I rapinatori non commettono quasi mai errori, e in azione ognuno segue le proprie competenze specifiche, come una squadra ben addestrata; dimostrano di essere tecnologicamente avanzati nel neutralizzare sistemi d’allarme e di sicurezza, e sono informatissimi sulle loro vittime grazie a una sofisticata attività di spionaggio informatico. La pericolosità della banda aumenta ulteriormente nel momento in cui inizia a godere di una certa fama mediatica, dovuta all’impatto dissacratorio delle loro azioni criminali, riprese con una videocamera e messe online. Proprio tramite i mass media – in particolare attraverso il web – si accende la sfida diretta con i Ris. La banda del Lupo si rivela un nemico molto tenace per Lucia Brancato e i suoi uomini. Milano. Checco è uno dei tanti ragazzi del sud trasferitosi al nord con la famiglia per cercare lavoro e, come tanti ragazzi del sud, spera di diventare carabiniere. Il giorno del concorso però Checco non sa rispondere alle domande della commissione esaminatrice e deve dire addio per sempre al sogno di indossare l’amata divisa. La vita però gli riserva una seconda possibilità; il pericolo di nuovi attentati richiede misure straordinarie di sicurezza per i luoghi a rischio come gli edifici religiosi e i monumenti storici, ed è così che Checco si ritrova a lavorare come custode al Duomo di Milano. Checco ha il morale alle stelle, orgoglioso del compito che gli è stato assegnato: controllare i visitatori che salgono sulla terrazza. Ed è lì che incontra Farah, una ragazza che si finge francese e studentessa d’architettura alle prese con una tesi sul Duomo. Nella realtà Farah è araba ed è a Milano per portare a termine la sua personalissima vendetta; in un bombardamento in Iraq le hanno ammazzato la madre e ora lei si vuole vendicare colpendo il Duomo. Farah si rende conto che Checco, anche grazie alla sua scarsa capacità intellettiva, può essere un perfetto inconsapevole alleato per portare a termine il suo progetto criminoso e per questo inizia a frequentarlo, fingendo un certo interesse per lui. Farah però non ha fatto i conti con l’animo di Checco. Il suo amore per lei è sincero, delicato, profondo; le sue continue attenzioni mettono in difficoltà Farah, che si rende conto di essere amata, aiutata, sorretta, e non solo da Checco ma anche dalla sua famiglia, specie dalla madre di Checco che accoglie la ragazza come se fosse una figlia. È un mondo di sentimenti che Farah non ha mai conosciuto, avendo perso la madre molto presto, ed è un fattore che mette in crisi i suoi piani fino a pensare di abbandonarli definitivamente, riuscendo finalmente a perdonare. “Che bella giornata” è un film che vuole raccontare il silenzioso percorso dell’amore. La vita di Valerio Pontelungo (Giorgio Tirabassi), titolare dell’omonima agenzia pubblicitaria, è in crisi: la creatività scarseggia e a causa del suo carattere burbero ed esigente il rapporto con i colleghi è difficile. Il risultato è che i conti sono in rosso e sull’agenzia grava un’ingiunzione di pagamento da parte di una banca. Ad aggravare una situazione già complicata arriva Spugna, il pestifero cane del nipotino che Valerio prende malvolentieri in custodia solo perché sua sorella gli ha promesso in cambio un aiuto economico. Valerio si ritrova così a convivere con un cane dispettoso che sconvolge la sua routine costringendolo a modificare le sue abitudini stacanoviste. Se ne accorgono i suoi due colleghi, Marcello(Fabio Troiano), Emma(Carolina Crescentini) e l’amico di vecchia data Valerio (Dino Abbrescia). Marcello è un giovane single dalla battuta sempre pronta con un’innata vocazione per il genere femminile, che gli è valso il titolo di “sfascia coppie”. L’unica a non essere cascata tra le sue braccia è proprio Emma: la giovane creativa del gruppo è infatti concentrata sul lavoro, desiderosa di guadagnarsi la stima del suo capo. Ma Valerio è così preso dai problemi economici e dall’arrivo di Spugna che non sembra avere né tempo né spazio da dedicarle. Mentre la tentazione di abbandonare Spugna sfiora più volte la mente di Valerio, per l’agenzia Pontelungo si presenta l’occasione della vita: un cliente facoltoso ha richiesto una campagna pubblicitaria che potrebbe risollevare le condizioni della società. Bisogna battere la concorrenza della Sparkle, l’odiata società dell’ex moglie di Valerio, ma occorre l’idea giusta. E quando il suo rapporto con il cane comincia a migliorare, anche tutto il resto prende a girare nel verso giusto. La creatività che sembrava scomparsa riemerge, e Valerio comincia a mostrare un insospettabile lato umano che gli permette di fare squadra con Emma. Tra i due nasce un feeling inaspettato sotto gli occhi dolci di Spugna, testimone silenzioso di un amore che prende sempre più forma. Ma il giorno dell’aggiudicazione del bando si avvicina e la tensione cresce. In seguito all’ennesimo guaio combinato da Spugna, Valerio lo abbandona in preda a una crisi di nervi. Spugna finirà in un pericoloso giro di combattimenti e cavie da laboratorio. Mentre Emma si occupa di presentare l’idea vincente per la campagna pubblicitaria, un rinsavito Valerio rischia la vita per salvare quel cucciolo che gli ha cambiato la vita. La decima stagione di Distretto di Polizia si apre con un grande ritorno: Giulia Corsi (Claudia Pandolfi), ex commissario del Decimo Tuscolano e oggi Vice Questore di Palermo. Giulia infatti, indagando sul clan mafioso dei Serao, si imbatte nella testimonianza di un pentito che in punto di morte le rivela che un ramo degli affari dei Serao a Roma è gestito da un misterioso uomo che è in realtà il vero responsabile della morte di Paolo Libero (Giorgio Pasotti), il fidanzato di Giulia, l’ispettore ucciso cinque anni fa durante l’indagine che ha sgominato un’orribile rete di pedofilia. Il passato che Giulia credeva di aver sepolto esplode di nuovo, portandosi dietro i suoi fantasmi e i suoi rimorsi. Giulia sposta la sua indagine a Roma per dare la caccia a questo insospettabile boss… …proprio mentre il commissario Benvenuto (Simone Corrente) e i suoi ispettori stanno affrontando una nuova realtà criminale in ascesa nella capitale. Una banda, giovane, decisa e violenta, che attraverso il controllo del mercato della droga nella città sta accumulando rapidamente denaro e potere. Nel tentativo di fermarli Luca scopre ben presto un’amara verità, che costringerà anche lui a fare i conti con i propri fantasmi. Giulia e Luca si ritrovano fianco a fianco in questo scontro che mette in gioco non solo il loro futuro, ma anche i loro conti con il passato, per scoprire molto presto che le loro indagini nascondono un’unica e ancor più pericolosa verità…
La vecchia 3A è ormai solo un ricordo. La serie precedente ha diplomato i ragazzi e suggellato una volta per tutte l’unione sentimentale dei professori Cicerino e Sabbatini, trasferiti in altre sedi. Cosa ci riserva allora il futuro? I nuovi allievi sono Chiara (Carlotta Tesconi), la pasionaria, sempre pronta a battersi per i suoi ideali che finirà per innamorarsi proprio del bulletto della scuola, l’indiano Jamal (Angel Tom Karumathy), timido e introverso genio matematico che darà filo da torcere al suo professore, Alice (Giulia Elettra Gorietti), ricca e viziata che in seguito al tracollo della sua famiglia dovrà rimboccarsi le maniche scoprendo se stessa, Giorgio (Federico Maria Galante), rampollo di una stirpe di industriali, in perenne lotta con il mondo a cui rimprovera di averlo reso orfano troppo giovane, Mario (Tommaso Arnaldi), giullare della classe che dopo una delusione amorosa rischia di scivolare nel tunnel dell’alcolismo, Susanna (Greta Scarano), che la madre fruttivendola ha mandato con tanti sacrifici al Colonna… Sul versante dei prof, ad afferrare il testimone del ruolo di guida della classe di nuovi allievi è Enea Pannone (Massimo Poggio), insegnante di matematica già nella seconda serie. Dopo la batosta subita dalla ex collega Enrica Sabatini, l’arrivo della bella Francesca Strada (Christiane Filangieri), gli fa ritornare il sorriso… Daniele Ghirelli (Fabio Troiano), in seguito allo scioglimento della squadra di Parma, dovuto alla promozione a Maggiore di Venturi, si trasferisce a Roma per unirsi a un nuovo raggruppamento di indagini scientifiche guidato dal capitano Lucia Brancato (Euridice Axen), donna determinata ma sensibile, che vediamo qui alle prese con il suo primo incarico direttivo. Della squadra romana fa parte anche Flavia Ayroldi (Jun Ichyikawa), la sua collega italogiapponese. Ghiro e Flavia, grazie all’esperienza nel famoso gruppo di Parma e con le loro specializzazioni in informatica ed entomologia, sono tra i punti di forza del nuovo RIS di Roma. A completare il gruppo c’è il tenente Bartolomeo Dossena (Marco Rossetti), un passato da campione sportivo, laurea in chimica e specializzato in esplosivi. Dossena è un carabiniere tutto d’un pezzo, ligio alle regole, che non tollera debolezze ed errori, né negli altri né in se stesso. Il suo carattere non può che far scintille con l’estro imprevedibile di Ghirelli, ma proprio la loro diversità li fa essere una coppia vincente, capace di risolvere i casi più complessi, e per questo Lucia li costringe spesso a lavorare insieme. Infine i giovani del gruppo: Costanza Moro (Mary Petruolo), intelligente e spregiudicata, specializzata in genetica, è una ragazza senza peli sulla lingua che esprime le sue opinioni su tutto e si diverte a fare il bastiancontrario. Poi Emiliano Cecchi (Primo Reggiani), giovane romano di borgata, che ha investito tutto nella sua vita per diventare un carabiniere e vede ora coronati i suoi sogni. Emiliano, pur dotato di buon intuito investigativo, sconta la mancanza di esperienza e il suo carattere irruento lo porterà a mettersi nei guai. La Brancato dovrà riuscire ad amalgamare e dirigere l’operato del gruppo, nel quale la mancanza di confidenza e la poca esperienza si fa sentire e genera tensioni sotto la pressione delle indagini. Le capacità di Lucia saranno messe alla prova da un caso spinoso: il capitano e i suoi RIS si troveranno a dover spiegare una misteriosa catena di delitti dietro ai quali si nasconde una diabolica mente criminale. Checco Zalone è un giovane pugliese che sogna di diventare cantante. Lasciato dalla ragazza perché insegue sogni irrealizzabili mentre lei vuole sistemarsi, Checco decide di partire da Polignano a Mare e raggiungere Milano, dove forse riuscirà a sbarcare il lunario. A Milano viene ospitato dal cugino Alfredo (Dino Abbrescia) ma ovviamente fatica ad adattarsi alla mentalità milanese. Incontra Marika (Giulia Michelini) ed è un colpo di fulmine, ma il padre di Marika (Ivano Marescotti) è un leghista convinto, pieno di pregiudizi sui meridionali, figuriamoci poi quando vede Checco! Contemporaneamente comincia a partecipare a diversi provini, fino a quando d’improvviso il suo talento canoro, unito a quello comico, viene riconosciuto: Checco può diventare un fenomeno e il discografico che l’aveva inizialmente rifiutato prende a cercarlo per tutta la città. Checco sta per coronare il suo sogno, ma riuscirà ad avere l’amore di Marika o tornerà al suo paese da vincitore riconquistando l’ex fidanzata? E’ la fine del 1967. Laura (Jasmine Trinca) è una brillante e appassionata studentessa di Fisica, ma da quando sul Vietnam cadono bombe al napalm ha sentito crescere l’indignazione contro l’uso della scienza al servizio della guerra. Ha un brusco risveglio: solo il sogno di un futuro diverso potrà salvarla. Nicola (Riccardo Scamarcio), un bel giovane meridionale sui venticinque anni, fa il poliziotto, ma sogna di fare l’attore. Appena può si toglie la divisa e si rifugia nel buio di una sala cinematografica, dove davanti agli eroi dello schermo alimenta il suo sogno. Le strade di Laura e Nicola sono destinate a incrociarsi qualche mese dopo, all’inizio del 1968 con le prime occupazioni dell’università di Roma. Andrea (Marco Iermanò), che di Laura è il fratello, sogna fin da bambino di diventare scrittore, ma all’alba dei suoi vent’anni un’ondata rivoluzionaria scuote il mondo e la scrittura gli appare improvvisamente inutile: è il momento di agire, di “fare”. Libero (Luca Argentero) ha conosciuto la bandiera rossa prima del tricolore ed è cresciuto con il sogno di un mondo migliore. La disillusione è arrivata con un viaggio in URSS. Ma ora i tempi sono maturi per un nuovo ciclo di lotte e lui è pronto per diventare uno dei leader del movimento rivoluzionario degli studenti. Nicola, Laura, Andrea, Libero e assieme a loro molti altri personaggi i cui destini si intrecciano sullo sfondo di quell’anno straordinario che è stato il 1968: una storia di ieri che ritrova oggi tutta la sua attualità. Una catena di efferati e in apparenza inspiegabili delitti porta il capitano Venturi a scoprire l’esistenza di una misteriosa setta, i cui membri, che si definiscono Eletti, mirano a rovesciare la società, attraverso sconvolgenti azioni criminali. La setta si ispira a un evoluzionismo estremo per giustificare un pensiero razzista ed eugenetico, basandosi sul pensiero di Andreas Morbegno, un filosofo morto suicida. Il libro di Morbegno è una sorta di bibbia della setta, un oggetto tenuto nascosto dagli adepti, che cela diversi segreti. Scopo della setta è l’eliminazione di tutti gli individui ritenuti non adatti e non adeguati, per favorire il dominio dei pochi dotati, ovvero gli Eletti stessi. A capo della setta c’è un misterioso e temibile leader, che si nasconde dietro una maschera di assoluta rispettabilità. La setta plagia gli adepti, trasformandoli da giovani di belle speranze in spietati killer, pronti ad eseguire gli ordini del capo, anche a costo della loro stessa vita. Per i Nostri sarà dura scoprire i segreti della setta: ogni adepto arrestato si chiude in un ostinato silenzio, mentre i piani vengono portati a termine da altri seguaci, in una catena di omicidi che arriverà a colpire anche gli inquirenti.
L’unica speranza per i RIS è accedere e infiltrarsi all’interno della setta stessa, per smascherare il loro capo. Ma gli Eletti nascondono i loro segreti sfruttando la rete web: unico luogo di incontro degli adepti è un mondo virtuale ad accesso criptato, dove Venturi e la sua squadra dovranno riuscire a infiltrarsi.
Presentazione personaggi
Venturi fa affidamento sul gruppo che in buona parte già conosciamo, con qualche piccola modifica. Ritroviamo il tenente Giorgia Levi, alla quale ad inizio serie il capitano è legato anche da un rapporto sentimentale; l’amico di sempre di Venturi, il maresciallo Vincenzo De Biase, che ha però perso la calda vicinanza della figlia Francesca, diventata tenente e trasferita in un’altra città; il sottotenente Daniele Ghirelli, ormai perfettamente inserito nell’organico a dispetto del suo carattere solitario e un po’ eccentrico; e il tenente Giovanni Rinaldi, che però a causa di questioni personali deciderà presto di lasciare i Ris.
I nuovi ingressi sono il tenente Flavia Ayroldi, specializzata in entomologia e scienze naturali, che garantirà a Venturi la massima competenza in una branca finora poco utilizzata dai Ris; e una consulente esterna all’Arma, la dott.ssa Veronica Gambetta, studiosa esperta in sette e movimenti religiosi, che affiancherà il gruppo di Venturi dal momento in cui diventa chiaro con quale pericolo i Ris devono confrontarsi.
Intorno a loro ritroviamo due volti noti della territoriale, il capitano Rocchi e il tenente Spada; l’anatomopatologa, dott.ssa Claudia Morandi; il responsabile superiore dei Ris, generale Tosi; e il magistrato talvolta in passato antagonista di Venturi, il dott. Antonio Di Maio, che però a metà serie cadrà vittima proprio della follia omicida della setta, lasciando il posto al giovane e volitivo dott. Manlio Pasinato.
“Sarà un anno pieno di ansie e di dubbi: rifletterete per la prima volta seriamente sul vostro futuro”. È questo il discorso che il professor Cicerino ha preparato per la sua Terza A all’inizio del nuovo anno scolastico, proponendosi d’essere “leggero come una piuma”, di starsene nel suo cantuccio ad aspettare e osservare. L’avevamo lasciato, alla fine dello scorso anno, intrappolato su un treno che non avrebbe dovuto prendere, mentre finalmente trovava il coraggio di pronunciare le parole “ti amo” e la professoressa Sabatini sulla banchina fraintendeva, quindi capiva e rispondeva: “anch’io”. Tre mesi dopo li ritroviamo insieme, nella stessa casa, dove Enrica, forse troppo precipitosamente, ha deciso di trasferirsi con l’approvazione sincera di Elena. Si direbbe che in questo secondo anno a Roma per il professor Cicerino tutto vada bene: una classe già conquistata, una storia d’amore ben avviata, una vita tranquilla. Eppure, negli occhi di Enrica c’è qualcosa di stonato, ma Antonio non se ne accorge, preso dai festeggiamenti della sua terza A e dalla imprevista assenza di Claudio Rizzo. Era stato bocciato, Claudio, ma il professor Cicerino sperava di ritrovarlo. Invece nulla. Il padre, pare, ha deciso di farlo iscrivere in un istituto privato. Da qui inizia la prima battaglia di Antonio, che nel giro di poche settimane riesce a riportare Claudio al Colonna. Ma i problemi non sono affatto finiti: uno porta il nome di una nuova alunna, Monica Morucci, l’altro s’incarna nella bella figura del nuovo collega di Matematica e Fisica, il professor Enea Pannone. Monica è una ragazza spigolosa, sfuggente, a modo suo ambiziosa ma anche sfiduciata. Sa molte cose e legge più di qualsiasi suo coetaneo, ma ostenta un fastidioso cinismo rispetto alla scuola, alla cultura e al mondo ovattato dei suoi compagni alto-borghesi. Le manca una prospettiva, questa è la verità, e Antonio non è sicuro di sapergliene offrire una. Se questo è il più serio dei problemi, ce n’è un altro non meno fastidioso: il collega Enea Pannone, appunto. Una ventata d’aria fresca al Colonna, come dice di lui il Preside Pera, uno splendido quarantenne che fa il professore per vocazione, conosce bene i suoi argomenti ma glissa un po’ troppo rapidamente sulla meccanica quantistica e si dilunga eccessivamente, invece, sul senso della vita. Pannone esorta i suoi allievi a non cercare la verità nei libri ma dentro se stessi e insegna, senza averne piena consapevolezza, una sottocultura demagogica e deresponsabilizzante. Ma la cosa più grave, almeno dal punto di vista di Antonio, è che la professoressa Sabatini lo ascolta volentieri: decisamente troppo volentieri. E dopo aver fatto bruscamente marcia indietro per quanto riguarda la sua convivenza, comincia a frequentare con assiduità sospetta il nuovo collega. Così inizia l’anno per il professor Cicerino, mentre la vita dei suoi alunni procede spedita verso l’esame di maturità. Le loro storie riprendono esattamente dove le avevamo lasciate. Lucia e Cesare si preparano ognuno a suo modo ad accogliere quel figlio che certamente non avrebbero mai desiderato, ma che adesso c’è e sta per nascere. Margherita e Cristiano hanno aspettato sei mesi di tornare a vivere nella stessa città, ma adesso sembrano annoiati dalla vecchia relazione e in cerca di nuovi stimoli. Lucio Pregoni, dopo un incidente, si chiede se non sia il caso di ripensare integralmente la propria vita e intraprendere un nuovo, insolito cammino spirituale. Daniele Cook, il fidanzato di Elena, oltre a dover affrontare i soliti problemi con la madre, eternamente bambina e depressa, si troverà a dover gestire l’arrivo nella classe di Monica. Lei lo mette in crisi, e questo certo non farà bene alla storia con la dolce Elena. Quest’anno la figlia del professor Cicerino dovrà imparare molte cose, perché anche le più belle storie d’amore finiscono, e anche a sedici anni può succedere che una visita medica ti dica qualcosa di poco gradevole. E si possono anche chiudere gli occhi, si può continuare con la vita di prima, facendo finta di niente, ma la vera maturità – non quella dell’esame, quella della vita – consiste nel saper cambiare. Ispirato a pellicole come “Bourne Ultimatum”, gli ultimi James Bond e “Mission Impossible”, “INTELLIGENCE servizi & segreti” è la prima serie dedicata allo spionaggio e ai servizi segreti prodotta dalla televisione italiana. Azione, colpi di scena, utilizzo delle più avanzate tecnologie, effetti speciali e grande suspance costituiscono gli elementi caratterizzanti di questa serie evento, che terrà il telespettatore con il fiato sospeso fino alla fine. Il protagonista della serie e Raoul Bova, che interpreta Marco Tancredi, un ex militare delle forze speciali dell’Esercito. Ritiratosi dal servizio in seguito ad un grave incidente, il suo unico desiderio è ora quello di vivere in pace, ma un tragedia personale lo costringe a tornare a combattere. Questa volta contro nemici molto più insidiosi di quelli che ha affrontato in passato, perché si annidano nel mondo dei servizi segreti italiani e preparano un mostruoso piano per minare gli equilibri internazionali. Un piano che Tancredi dovrà sventare, muovendosi in un mondo dove verità e menzogna spesso si confondono, e affrontando pericoli sempre diversi, come virus mortali creati in laboratorio e spietati gruppi terroristici. Il Decimo Tuscolano si prepara ad affrontare il pericoloso mondo della criminalità con due nuovi arrivi: l’esperto Lorenzo Monti e l’esuberante Gabriele Mancini. Quest’anno più che mai al Decimo ci sarà bisogno dell’apporto di tutti, perché il nemico non è mai stato così vicino. Un nemico è affascinante e misterioso, così come il mondo da cui proviene: la mafia russa. Una vera e propria esecuzione, compiuta con brutale efficacia alle porte del Distretto, trascinerà i nostri poliziotti in un’avventura senza precedenti. Luca e Anna, che vivono un momento decisivo per il loro futuro personale e professionale, affronteranno insieme questa minaccia, anche se l’intensificarsi del pericolo li costringerà ad una rischiosa e sorprendente scelta. La vita da poliziotti si complica quando bisogna prendere delle decisioni che riguardano la vita privata. Ed è un dilemma che toccherà tutti i membri del Decimo Tuscolano. “L’Amore di Laura” rappresenta l’incontro tra il medical classico sullo stile E.R. e la modernità di Grey’s Anatomy focalizzando il gioco tra i personaggi. Nella serie, infatti, si intrecciano con profondo equilibrio, nell’arena del reparto di Emergenza di un ospedale di medie dimensioni, le vicende umane e professionali di un cast di medici. Ma soprattutto, la malattia e l’impatto emotivo delle vite dei malati sono visti attraverso lo sguardo puro e in divenire delle due protagoniste femminili, Laura e Rebecca, che, da specializzande, introducono lo spettatore nel mondo della medicina e della vita reale. Non si studia più sui libri, ma si sperimenta, ci si immerge nel mondo del lavoro in tutte le sue sfaccettature, le sue piccole e grandi conquiste, i piccoli giochi sporchi e di potere. Il punto di vista del personaggio di Laura, in particolare, ci accompagna attraverso tutta la serie, dando voce ad un percorso di crescita, di scoperta e di vissuto che con grande ritmo prende vita sotto i nostri occhi. In ogni puntata, infatti, è interessante l’intreccio tra caso medico e vita personale dei protagonisti, dove il riverbero della vicenda medica accresce ed alimenta il percorso intellettuale ed umano dei nostri medici.Oltre alle due protagoniste Laura, di umili origini, determinata e comprensiva, e Rebecca, una “raccomandata”, viziata, mangiauomini, all’apparenza forte e fredda, ma all’interno dilaniata da un’infanzia solitaria, costellata di aspettative schiaccianti da parte di un padre a dir poco ingombrante, si muovono i loro corrispettivi maschili: Fabio Moreno e Jonas Janacek. Laura ha scelto quest’ospedale per coltivare un amore cieco nei confronti di un uomo affascinante e tormentato con cui in passato ha trascorso una notte di passione, Fabio Moreno, mentre Rebecca vivrà, all’interno del reparto, una storia sorprendente e difficile con Jonas: un uomo completamente diverso da lei, dal suo ambiente, dalla sua educazione. Un uomo che saprà portare a galla le sue fragilità più nascoste e le insegnerà, a suo modo, ad amare. Intorno alle due coppie principali, ai loro amori, agli intrighi si muovono tutti i personaggi di contorno, dall’amministratore ai medici interni alle infermiere, che daranno vita al reparto. Veloce, dinamica, moderna, questa serie vuole raccontare il lavoro del medico, nella trincea del Pronto Soccorso ma non solo, soprattutto intende focalizzare l’attenzione sul tema dell’essere donne (e uomini) oltre ogni compito ufficiale o istituzionale, alle prese con la realtà del mondo e di noi stessi, con tutti i dolori, le gioie, le vittorie e le sconfitte. Giorno dopo giorno. È trascorso un anno dagli avvenimenti che hanno segnato la vita di Claudia Mares, capo della squadra Antimafia di Palermo. Al suo fianco troviamo tre nuovi elementi: Sandro Pietrangeli, detto “Pietra” per i suoi metodi grezzi e diretti, Luca, giovane milanese trapiantato nella difficile realtà siciliana, e Fiamma, decisa a vendicare il padre trucidato dalla Mafia. Le indagini della squadra si concentrano sulla scalata della famiglia Abate, al cui comando c’è Nardo, più che mai deciso a riprendersi Palermo. Tra Claudia e Rosy potrebbe aprirsi una frattura insanabile, ma un ritorno inaspettato riavvicina le due donne nella ricerca della verità.
Il nuovo anno porta al X Tuscolano importanti novità. Una nuova guida, Luca Benvenuto, che viene dalle file dei veterani del Distretto e un nuovo ispettore, la bella e volitiva Elena Argenti, mentre nelle vite private di tutti ci saranno importanti cambiamenti. Ma arriveranno anche nuovi e pericolosi avversari capaci di mettere a lungo in scacco i nostri, criminali spietati, artefici di rapine dalla tempistica perfetta e decisi a non farsi fermare da nessuno. Quest’anno il nemico è più vicino di quanto gli uomini del X possano immaginare e per ognuno dei nostri arriverà il momento di chiedersi di chi davvero possono fidarsi. Note di produzione

Una caratteristica distintiva del Format “Distretto di polizia” è stata la scelta di inserire una linea narrativa forte (orizzontale), al di là dei percorsi dei personaggi e delle trame degli episodi, che fungesse da filo conduttore della fiction. La correlazione tra realtà e fiction è uno degli elementi portanti anche per quanto riguarda il lavoro con gli attori che danno vita alla serie. La scelta di impiegare attori non esplicitamente televisivi, selezionati con duri provini su parte, prende le mosse dalla chiara necessità di dare una più marcata naturalità alla recitazione. La serie è stata realizzata, per precisa scelta produttiva, con standard cinematografici, facendo largo ricorso a steady cam e lunghi piani sequenza, che comportano la necessità per gli attori di mandare a memoria lunghe scene e di provare a lungo in teatro prima di girare. Con un atteggiamento professionale, pre-cinematografico, sono state particolarmente curate anche le fasi di postproduzione, con la scelta di musiche contemporanee ed un montaggio serrato ed aggressivo. I casi di puntata si ispirano alle cronache giudiziarie, fatti salvi i necessari interventi drammaturgici, nell’intento di dare verosimiglianza e genuinità alle storie. Le storie sono il frutto di una attenta ricerca sul campo, direttamente ispirate da fatti reali e sviluppate attraverso confronti costanti con gli operatori di polizia. Migliaia di lettere e suggerimenti di telespettatori testimoniano l’apprezzamento per un obiettivo centrato.

La serie tratta di un gruppo di medici e avvocati che fonda un’associazione per i diritti del malato (ispirata al vero Tribunale per i diritti del malato). In questo modo riusciamo ad affrontare diversi casi di malasanità (il senso della serie). Claudio (Ricky Memphis) è l’avvocato dell’associazione, è l’anima e il cuore del gruppo, Luca (Daniele Pecci) è un cardiochirurgo,un medico che al top della sua carriera subisce un danno che lo terrà lontano dalla sala operatoria. È la mente del gruppo. Francesca (Christiane Filangeri) lavora in pronto soccorso, lei è la passione e la determinazione dell’essere medico. Seguiamo ogni caso a partire dalla denuncia della parte lesa e l’indagine si svolge attraverso lo studio di cartelle cliniche, di perizie, di autopsie, ma anche scoprendo luci ed ombre dei personaggi coinvolti, interpretando le psicologie e indagando nel loro spazio privato. La ricerca della verità è un percorso di conoscenza di vari mondi: quello del paziente che ha subito il danno, dei suoi familiari, dei medici curanti. Ogni diagnosi scientifica diventa per il nostro protagonista anche un viaggio emotivo, una detection fatta di dubbi, incertezze, sospetti, che si svolge in un’arena composta da forti elementi: dolore, lutto, pentimento, arroganza, falsità, corruzione, ricatto. Dei casi di puntata non seguiremo l’iter giudiziario, il processo vero e proprio. La fase che ci interessa è quella a monte, ovvero l’indagine del nostro protagonista che una volta appurata la verità presenta la perizia all’avvocato che procederà per vie legali. Una verità, che noi diamo per scontato, porterà ad un esito positivo anche in sede giudiziaria. Gli errori medici accadono, spesso sono inevitabili, fanno parte della medicina che in fondo non è una scienza esatta. Non sempre un medico che sbaglia è un cattivo medico ma tanti sono i casi dovuti a incapacità, negligenza, indifferenza. La malasanità è argomento giornalistico oramai quotidiano. L’ingerenza della politica ha creato un sistema che promuove i raccomandati e mortifica i più meritevoli. Purtroppo a questo sistema contribuisce anche la scelta di tanti medici di non volere vedere, di convivere spesso col “male”, a tutti evidente e per tanti inevitabile. Di questo sistema che non funziona siamo tutti vittime, sia medici che pazienti. Il film “Aldo Moro” ha richiesto una preparazione, impegno e dedizione assoluti. E’ di fatto un progetto difficile, delicato, sia per le innumerevoli versioni della vicenda, sia per la grandezza e tragicità del fatto storico e politico. La domanda che mi sono posto sin dall’inizio è stata: come posso raccontare tutto ciò? Il lavoro più arduo è cominciato dal concepimento del linguaggio drammaturgico, ovvero dalla scelta di impostazione della scrittura. La fase di sceneggiatura è stata certamente la più sofferta, delicata e difficile, spesso abbiamo provato la sensazione di lavorare su un terreno scivoloso, in balia delle sabbie mobili, muovendoci con estrema cautela nel trovare il modo per raccontare una ferita ancora aperta del nostro paese. La preparazione del film, è stata difficile ed attenta, ma è proseguita con la certezza assoluta e preziosa della presenza di Michele Placido nel ruolo di Moro. Inoltre, molto importante è stato dall’appoggio e l’ emozione negli incontri con Agnese Moro e con Maria Fida Moro, con la quale è nato un rapporto di grande stima professionale e rappresenta un contatto molto importante per tutti noi. Per la Taodue era un dovere riproporre il personaggio di Aldo Moro, un dovere dettato dai grandi personaggi di cui già ci siamo occupati in passato, come ad esempio Paolo Borsellino, Papa Wojtila, Maria Montessori e molti altri. Per noi è grande ed importante la missione di creare film di contenuto per la televisione di oggi, film di responsabilità morale e sociale. E in quest’ottica, il progetto di un film su un grande personaggio come Aldo Moro era irrinunciabile. Pietro Valsecchi E’ la storia di Antonio Cicerino, un professore di italiano di provincia, vedovo, che viene trasferito dall’istituto Tecnico per Geometri di Roccasecca al Liceo Colonna che si trova in uno dei quartieri più eleganti di Roma. E’ un nuovo inizio, quello di Antonio Cicerino: dalla provincia alla Capitale.
Quella richiesta di trasferimento inoltrata quando Elena (Carolina Benvenga), la figlia, era ancora piccola, per coronare il sogno di Antonio e di sua moglie Flavia, si pensava fosse stata dispersa in qualche armadio del ministero. Ma è successo che la burocrazia ha preso tra le mani quella richiesta e l’ha fatta avanzare, e la risposta è arrivata dopo sette anni, in una busta anonima. Dopo sette anni però, le cose sono molto differenti: Flavia è morta da poco ed Elena non è più una bambina. Ma niente succede per caso, e forse questa è l’occasione per voltare pagina e ricominciare veramente. Antonio Cicerino insegnerà in uno storico Liceo romano e per Elena sarà una valida opportunità frequentare quella scuola prestigiosa. E così, Antonio ed Elena partono alla volta della città eterna.
E’ tutto diverso. Anche la nuova scuola, dove i ragazzi sono figli di avvocati e ministri, ed un supplente che arriva dalla provincia sembra un alieno. E dove Elena parla poco per non far sentire l’accento. Ma quest’avventura riserva sorprese inaspettate, e quando Antonio Cicerino si trova davanti ad una classe anestetizzata, scorge problemi e abitudini che non avrebbe mai immaginato. E forse, oltre alla difficoltà d’integrazione, alla mancanza di stimoli dei ragazzi e all’indifferenza dei colleghi, uno come lui, in quella scuola, è proprio quello che ci vuole.
Claudia Mares (Simona Cavallari), vice questore della mobile di Roma con un passato da scorta in Sicilia, è richiamata a Palermo da Stefano Lauria (Massimo Poggio), suo vecchio collega, per indagare sulla scomparsa di un ingegnere delle telecomunicazioni. Lauria viene ucciso, purtroppo prima che possa parlare a Claudia di ciò che aveva scoperto. Claudia prende il suo posto a capo della Duomo, la squadra che arrestò Provenzano composta da Alfiere (Ninni Bruschetta), Africa (Marco Leonardi), Gigante (Lele Vannoli) e Viola (Silvia De Santis). La squadra inizia a indagare sull’omicidio di Lauria, ma nel frattempo sta facendo anche ricerche sulla scomparsa di un ragazzo, Nicola Licastro, figlio di un commerciante di mobili e appartenente all’associazione “basta pizzo”, e continuando l’indagine sull’ingegnere. Le piste che segue la portano a scoprire una guerra tra vecchi e nuovi boss: tra Michele Lopane (Beppe Lanzetta) e Giacomo Trapani (Claudio Castrogiovanni), capo delle famiglie scacciate da Palermo negli anni 80. La nuova guerra per il territorio coinvolge anche Rosy Abate (Giulia Michelini), una donna che Claudia conosce bene, esponente di una delle vecchie famiglie sul territorio controllate da Giacomo Trapani, e che, dopo un lungo periodo passato negli Stati Uniti, rientra a Palermo. Avvalendosi anche della collaborazione del Vice Questore Ivan Di Meo (Claudio Gioè), la Duomo inizierà a entrare nei traffici e nelle nuove dinamiche delle famiglie, ma non è più il tempo solo dei pizzini: intercettazioni, comunicazioni criptate, satelliti e sofisticate tecnologie di spionaggio. I nostri uomini scopriranno presto che la guerra è lunga e piena di insidie anche interne.
Nella quarta serie Venturi e la sua squadra dovranno affrontare un nemico ancora più insidioso dei precedenti, la cui abilità nel nascondere le proprie tracce è persino sospetta.
A dare manforte arriveranno due nuovi personaggi: il maresciallo Michela Riva (Giorgia Surina), che farà perdere la testa ad uno dei nostri e il carabiniere specializzato in informatica Daniele Girelli detto Ghiro (Fabio Troiano) mago di tutto ciò che ha a che fare coi computer.

DANIELE GHIRELLI (Fabio Troiano)
La scheggia impazzita… Quando Daniele si presenta per la prima volta al RIS di Parma, i suoi colleghi pensano che si tratti di un errore, che uno così non possa far parte di una squadra di professionisti seri e meticolosi come la loro. Daniele è appunto una scheggia impazzita: ipercinetico, anarcoide, frenetico. Tutto l’opposto da quello che ti aspetteresti da un uomo del RIS. E in effetti nei carabinieri e poi nel Reparto Investigazioni Scientifiche, Daniele ci è arrivato per caso e un po’ per sfida.
Daniele ha una laurea in informatica ed è stato, da adolescente, un hacker piuttosto conosciuto nel suo campo perché, sotto lo pseudonimo di Ghiro, aveva diffuso via Internet un simpatico virus che anziché distruggere i dati dell’hard disk metteva in stop il computer per un paio di minuti mentre una scritta scorreva sul nero: Sst! Ghiro is sleeping. All’epoca la sua era una vita sregolata e piena di stravizi; e Daniele ci si trovava assai bene. Sentiva che quella era la sua identità e che non l’avrebbe cambiata per nulla al mondo. Poco dopo i venti anni, però, un’esperienza drammatica lo costringe a fermarsi e a riflettere. Si sente uno stupido a bruciare la sua esistenza in quel modo, e decide di invertire la rotta.

MICHELA RIVA (Giorgia Surina)
Il sottotenente Michela Riva della territoriale, bella ragazza sui 26-27 anni, ex compagna di corso di Francesca, giunge a fare da supporto al lavoro del capitano Edoardo Rocchi, sempre più punto di riferimento dei Ris per tutta quella parte di indagini di non stretta attinenza scientifica, e si alterna al superiore nel seguire i casi. È giovane e non ha molta esperienza: ma il suo carattere fa sì che questa carenza non si noti affatto.
Sul lavoro, Michela è quel tipo di donna con la divisa addosso che chiunque ha qualcosa da nascondere vorrebbe non incontrare. Energica, sicura di sè, a volte quasi oltraggiosa, insomma estremamente determinata. Il suo dinamismo è coinvolgente, affronta sempre le situazioni di petto e questo le crea inimicizie ma anche grandi simpatie. Gli uomini del Ris imparano presto a fare i conti con questa ragazza rapida nelle decisioni e sbrigativa, talvolta pungente nelle battute e che non si tira mai indietro.

Dopo la cattura di Salvatore Riina, il cosiddetto Capo dei Capi, il comando di Cosa Nostra, è passato a Bernardo Provenzano. Provenzano è l’uomo che, insieme a Riina, partendo da Corleone, ha “scalato” i vertici criminali della mafia siciliana, contribuendo da una parte al consolidamento della dittatura corleonese all’interno di Cosa Nostra, e dall’altra partecipando a tutti i drammatici passaggi che hanno scandito la sfida di Cosa Nostra allo Stato Italiano: dai delitti politici alle stragi che costarono la vita ai giudici Falcone e Borsellino e agli uomini delle scorte.
Provenzano eredita da Riina una Cosa Nostra indebolita dalla reazione dello Stato alle stragi e dalle rivelazioni dei collaboratori di giustizia. Lentamente e soprattutto silenziosamente, Provenzano la ricostruisce. Per farlo cambia radicalmente la strategia mafiosa: niente più attacchi frontali alle Istituzioni, niente più omicidi eccellenti. E’ la cosiddetta “strategia dell’immersione”. Per ricostituire il potere di Cosa Nostra, Provenzano avvia una paziente e invisibile ricostruzione della ragnatela di relazioni economiche, politiche e criminali che nel giro di pochi anni permette alla mafia siciliana di rimettersi in piedi e diventare, se possibile, più forte e pericolosa di prima. La sua forza è proprio l’invisibilità, che Provenzano ha imposto all’organizzazione costruendola a propria immagine e somiglianza. Dell’ultimo padrino, infatti, non si sa quasi nulla: di lui esiste una sola immagine reale, vecchia di cinquant’anni; di lui i pentiti non raccontano niente; pochissimi sanno che volto abbia, dove si nasconda, chi siano gli uomini che ne garantiscono la latitanza e gestiscono la complicata rete di comunicazione che gli permette di comandare sul vasto e articolato universo degli “uomini d’onore”.
Bernardo Provenzano, il capo di una delle più pericolose organizzazioni criminali del mondo, è un fantasma. Per questo, per catturarlo, la Polizia di Stato italiana, d’intesa con l’autorità giudiziaria, decide di costituire un gruppo di investigazione speciale, composto dei propri uomini migliori. Venticinque persone che hanno un solo obiettivo, una sola missione: mettere fine alla più lunga latitanza nella storia del crimine.
La storia di Totò inizia con un episodio devastante: ancora adolescente assiste impotente alla morte del padre e del fratello per lo scoppio di un residuato bellico. Da quel momento egli diventa il capo famiglia e deve affrontare un duro periodo di miseria; si unisce ai teppisti malavitosi del paese siciliano in cui risiede. In quegli anni si crea un gruppo di fedelissimi che lo affiancheranno nel suo cammino. Questo gruppo sale i gradini del potere malavitoso dominando prima il paese e poi espandendo il proprio potere fino a Palermo. Questa è una fase cruentissima che vede la conquista del potere attraverso una violenza inaudita che causa decine e decine di morti.
Nel gruppo formatosi al paese c’è un giovane, Biagio, che si ribella all’ascesa di Totò e che diventa poliziotto, assumendosi come missione la sconfitta del suo ex compagno. Egli si assume un ruolo difficile che lo rende persecutore e perseguitato, e che lo porta a correre enormi rischi e ad affrontare dure prove anche dal punto di vista affettivo.
Al X Tuscolano arriva un nuovo commissario, Marcello Fontana, anni di esperienza in Calabria nella lotta alla ‘ndrangheta. Di lui si sa che è un ottimo poliziotto, ma i suoi misteriosi incontri con una ragazza di cui nessuno sa nulla fanno nascere curiosità e sospetti nei suoi sottoposti.

Al distretto fa il suo ingresso anche Raffaele Marchetti, un ispettore simpatico e pieno di umanità, trasferito a Roma da un commissariato di Frosinone.

Ritroveremo anche Alessandro Berti e Irene Valli alle prese con un rapporto che ha bisogno di crescere mentre il neo ispettore Luca Benvenuto dovrà fare i conti con il suo desiderio di paternità.

Il nuovo nemico che i poliziotti del X Tuscolano dovranno affrontare in questa sesta serie è Vincenzo Neri, un potente e pericoloso boss della criminalità organizzata calabrese che nessuno è mai riuscito ad incastrare…..fino ad oggi…..

Note di produzione

Una caratteristica distintiva del Format “Distretto di polizia” è stata la scelta di inserire una linea narrativa forte (orizzontale), al di là dei percorsi dei personaggi e delle trame degli episodi, che fungesse da filo conduttore della fiction.
La correlazione tra realtà e fiction è uno degli elementi portanti anche per quanto riguarda il lavoro con gli attori che danno vita alla serie.
La scelta di impiegare attori non esplicitamente televisivi, selezionati con duri provini su parte, prende le mosse dalla chiara necessità di dare una più marcata naturalità alla recitazione.
La serie è stata realizzata, per precisa scelta produttiva, con standard cinematografici, facendo largo ricorso a steady cam e lunghi piani sequenza, che comportano la necessità per gli attori di mandare a memoria lunghe scene e di provare a lungo in teatro prima di girare.
Con un atteggiamento professionale, pre-cinematografico, sono state particolarmente curate anche le fasi di postproduzione, con la scelta di musiche contemporanee ed un montaggio serrato ed aggressivo.
I casi di puntata si ispirano alle cronache giudiziarie, fatti salvi i necessari interventi drammaturgici, nell’intento di dare verosimiglianza e genuinità alle storie.
Le storie sono il frutto di una attenta ricerca sul campo, direttamente ispirate da fatti reali e sviluppate attraverso confronti costanti con gli operatori di polizia.
Migliaia di lettere e suggerimenti di telespettatori testimoniano l’apprezzamento per un obiettivo centrato.

Maria ha combattuto in prima persona per innalzare le coscienze delle famiglie lavoratrici, per rendere “libere” le madri, mettendo coraggiosamente da parte la propria vita privata. E’ stata una donna rivoluzionaria, grande esempio morale ed assolutamente moderna. Roma, 1892, una ragazza è davanti a un palazzo austero e severo. Lo guarda emozionata, poi, decisa, entra, incurante degli sguardi di scherno che la circondano. È la prima volta che una donna entra come studentessa nella facoltà di medicina di Roma, il suo nome è Maria Montessori (Paola Cortellesi). Per arrivare a quel giorno ha dovuto già combattere molto battaglie. Contro il padre che sognava per lei un tranquillo futuro da maestra, contro il rettore, spaventato che una donna turbasse la tranquillità di una facoltà seria e rispettata. Ma i suoi ottimi voti e la sua caparbietà hanno avuto la meglio. Dalla sua parte, a sostenerla, ha avuto un’altra donna, la madre Renilde (Giulia Lazzarini). La sua vita da studentessa non è facile, per non disturbare i colleghi maschi è costretta a entrare in aula per ultima, per essere accettata deve essere sempre migliore degli altri, non mostrare mai debolezze neanche davanti ai cadaveri che le mani esperte dei professori sezionano durante le lezioni. A lei è vietato svenire. Un giorno, durante una lezione di psichiatria, Maria capisce che ha fatto la scelta giusta: lì finalmente la scienza si occupa dell’uomo e non del corpo. Decide che quella è la sua strada. Durante il corso di studi in psichiatria incontra un affascinante e giovane professore, Giuseppe Montesano (Massimo Poggio). Maria inizia a lavorare insieme a Montesano ad un progetto di recupero con un gruppo di bambini ritardati, abbandonati, fino a quel giorno, in un manicomio. Maria mette nel lavoro caparbietà e sensibilità. Tra lei e Giuseppe, la grande sintonia scientifica si trasforma presto in passione. Si amano, ma di nascosto, la notizia di una loro relazione potrebbe creare scandalo, mettere a repentaglio la serietà delle loro ricerche. Ma la giovane donna non ha paura di amare Giuseppe in modo libero e al di fuori delle convenzioni di un fidanzamento o di un matrimonio. Giuseppe è affascinato da lei, non ha mai pensato che una donna potesse essere, al contempo, una compagna e un punto di riferimento intellettuale.
La Pace non inizia alla fine di una guerra… Questo è il senso della missione degli italiani in Iraq. Una pace fatta di bombe e di attentati, con la guerra che cambia volto a se stessa e al nemico. E dove tutti diventano potenziali avversari. Questo racconta “Prima della Fine”. Non è solo la vicenda che si conclude con l’attentato di Nassiriya alla Base Maestrale. Perché non è una storia di morte e distruzione. È una storia di vita, invece. Gli ultimi mesi di un gruppo di Carabinieri, il loro sguardo disilluso sulle traversie di un popolo in cerca di una nuova identità democratica. Questi uomini che concretamente, ed anche al di là del proprio mandato, cercano di lasciare un segno evidente della loro presenza. E ci riescono. Senza imporre la propria cultura, ma cercando di conoscere e preservare quella degli altri. Portando aiuto nelle cose quotidiane, a contatto con la gente. Attraverso piccoli gesti di pace, come il portare l’acqua e l’adoperarsi per rendere più vivibile la condizione di un popolo liberato dal proprio tiranno ma che ancora non sa maneggiare il dono prezioso della propria libertà. I più grandi eserciti del mondo – quelli statunitense e britannico – non contemplano al loro interno la figura delle Forze di Pace. È una creazione tutta italiana, che ha reso spesso la nostra presenza invocata ed elogiata nelle zone di crisi del mondo. Il merito è di questi uomini con la divisa. Gente che non cerca facili eroismi, ma che vuole far bene il proprio lavoro e, alla fine, tornare a casa. I nostri personaggi non sono i diciannove morti della strage. Raccontarli tutti sarebbe stato impossibile, sceglierne solo alcuni sarebbe stato irrispettoso. Ma in ognuna delle storie del film c’è un pezzetto della vita di quegli uomini che si sono sacrificati in Iraq. Frammenti di esistenze che una bomba sleale ha sparso nell’aria, nella polvere del deserto, insieme al sangue e alla carne. Rimettere insieme questi pezzi, dar loro nuovamente forma, voce e calore: questo è stato il nostro compito. Perché di tutta questa storia non rimanesse solo un buco nero nel terreno. Abbiamo preso questi nomi, queste storie. E le abbiamo riportate a casa… Sinossi Un gruppo di carabinieri viene mandato a Nassiriya per svolgere un’azione di peace keeping. La squadra opera per rimettere in sesto la caserma, organizzare l’addestramento della polizia locale e presidiare al regolare svolgimento delle prime elezioni. Appena si intravedono i primi risultati, si sparge la voce di un licenziamento massiccio dei dipendenti pubblici e il nuovo sindaco chiede l’intervento dei carabinieri mentre dilaga un’epidemia di tifo. Finalmente arriva il giorno del rientro. La mattina della partenza invece del camion con il nuovo convoglio arriverà un camion pieno di tritolo che seminerà la morte. Quattro coppie di quarantenni i cui destini si intrecciano sullo sfondo di una Roma amara e disincantata di inizio millennio. E’ il ritratto di una generazione in bilico tra la paura di crescere e il desiderio di darsi ancora una chance nella vita. Pietro scopre di avere un terribile male che lo porterà a fare i conti con se stesso e con la sua solitudine. Cercherà consolazione nell’ amicizia decennale con Cinzia che, con la sua fragile solidità riuscirà ad aiutare Pietro nella sua lotta contro il male. Andrea, un professionista colto ed affermato, vive una bellissima storia d’amore con Veronica, una ragazza più giovane di lui commessa in un centro commerciale, assolutamente distante dal mondo di appartenenza di Andrea ma capace di sentimenti veri e profondi. Con lei Andrea ritroverà l’amore che lo porterà a chiudere definitivamente il suo matrimonio, spento ormai da tempo. Alessandro, che vive chiuso nella sua paura di vivere, è legato ad Irene, una donna incapace forse di leggere i suoi traballanti stati della mente. Nanni è un uomo solo, consumato da se stesso. Cerca l’amore e pensa di poterlo ritrovare tra le braccia di Paola, una sua ex fiamma prossima al matrimonio. Nanni capirà, quindi, di aver forse mancato la sua grande occasione per ritrovarsi e ritrovare una serenità persa da tempo. Giorgio e Mariella, sospesi e compressi nella loro stanza da letto, continuano a provarci e riprovarci. Iole, anche lei ci prova a costruirsi un amore, ma spesso bisogna solo imparare ad accoglierlo…l’amore… “Non prendere impegni stasera” ha il sapore di un inquieto tromp l’oeil, che descrive in maniera sottile il malessere di una generazione. All’inizio della terza serie troviamo la squadra dei Ris un po’ modificata: infatti Fabio Martinelli è stato promosso Capitano e trasferito alla sede di Messina, lasciando un vuoto tra i suoi vecchi colleghi. A colmare (almeno parzialmente) quel vuoto arriva Francesca De Biase, la figlia di Vincenzo, che dopo l’esito positivo dell’operazione alle gambe ha deciso di seguire le tracce del padre, ha seguito con successo dei corsi di specializzazione, ed ora è pronta per entrare nella squadra del capitano Venturi, dove tutti la conoscono e dove – con la sua giovinezza e la sua irruenza – porterà una ventata di freschezza.
L’uomo delle bombe (al secolo Daniele Sepi), nemico giurato di Venturi e dei nostri nelle prime due serie, è ormai in carcere, anche se – scopriremo ben presto – la vicenda non è ancora chiusa…
Il nuovo avversario con cui i nostri dovranno scontrarsi è un pericoloso serial killer che rapisce giovani donne e le lascia morire di fame e di sete. Appare ben presto chiaro che – per qualche motivo che nessuno per molto tempo riuscirà a comprendere – il killer seriale ha deciso di lanciare una sfida ben precisa al Capitano Venturi, costellando il suo cammino di indizi più o meno chiari.
Man mano che le indagini procedono, la sfida diventerà sempre più insidiosa, toccando molto da vicino i nostri protagonisti…

Il linguaggio
Dalla novità del metodo scientifico nasce la necessità di un linguaggio nuovo, non solo attento alle novità della fiction nel mondo, ma anche in grado di restituire la peculiarità del racconto senza mai perdere le caratteristiche di forte impatto emotivo e di ritmo veloce tipico dei prodotti della TAODUE FILM. I Nostri si trovano sempre di fronte ad un delitto che ricostruiscono passo dopo passo ed ogni loro scoperta viene visualizzata da una serie di flash back che vanno a comporre una sorta di puzzle restituendo, alla fine, la soluzione del caso.
In questo modo lo spettatore adotta il punto di vista dei Nostri e partecipa in diretta alla soluzione del caso.
I casi, due a puntata, sono ispirati da fatti di cronaca risolti dai reparti di scientifica dei carabinieri e poi rielaborati insieme agli sceneggiatori delle singole puntate in modo da mantenere una dimensione realistica senza la pretesa di ricostruire fedelmente i fatti avvenuti.

L’ambientazione
La serie è ambientata nella provincia benestante del Nord Italia. La scelta dell’ambientazione nasce dal desiderio di raccontare uno spaccato sociale nuovo: i Nostri si trovano a dover risolvere casi che nascono da un ambiente ricco, dove la maggior parte dei reati nasce da patologie private, più che dalla malavita organizzata. Non più l’Italia della mafia, ma un’Italia moderna, benestante, più simile al resto d’Europa.

La novità del prodotto e altre serie simili
Nell’elaborare una serie sulla scientifica non si è potuto non tenere conto di analoghe serie televisive, ed in particolar modo di CSI. Ma nonostante l’inevitabile somiglianza nel punto di vista scientifico con cui vengono raccontati i casi, RIS non è e non vuole essere CSI all’italiana, ma una serie nuova che vuole mettere in risalto le caratteristiche di personaggi italiani, allontanandosi dagli stereotipi con cui spesso gli uomini dell’arma vengono rappresentati, ma cercando di mettere in luce la loro modernità.

Il coraggio di persone speciali

La Missione è la storia di donne e uomini speciali, persone che decidono di mettere al servizio di una causa più grande di loro la propria professionalità e il proprio coraggio. Ciò che accomuna Anna, Francesca, Sergio e Padre Ramboni è proprio il desiderio di aiutare il prossimo senza aspettarsi niente in cambio. Migliaia di volontari come loro, in ogni parte del mondo, si danno il cambio in Africa, in Asia o in America Latina, in territori dimenticati o peggio sfruttati dall’Occidente, per il quale rappresentano spesso snodi di illegalità, dal traffico d’armi allo sfruttamento delle risorse, umane e territoriali.
Achille Malerba (Gerry Scotti) è un imprenditore di successo, a cui non manca davvero nulla: un’azienda avviata, una bella moglie, una villa lussuosa e tante giovani amanti a disposizione.
Ma Achille è anche disonesto, egoista, arrogante, bugiardo e così privo di scrupoli da mettere nei guai anche… Babbo Natale!

Ezechiele (Lino Banfi) è da 400 anni una delle colonne della Compagnia dei Babbo Natale, che da secoli si occupa non solo di consegnare i regali ai bambini, ma anche di vigilare sulla bontà degli esseri umani; ora rischia di essere degradato e spedito a costruire giocattoli in Lapponia perché il livello di bontà nella zona di sua competenza è sceso a livelli imbarazzanti, proprio per colpa di Achille.
Ezechiele ha tempo solo fino alla mezzanotte del 24 dicembre per farlo diventare buono e conservare il suo lavoro. Una sera, mentre Achille torna a casa dall’ennesima scappatella, Ezechiele lo fa finire fuori strada e gli estorce la promessa di trasformarsi in una brava persona. Ma nemmeno questo serve, ed Ezechiele decide di ricorrere a misure estreme: in poche ore Achille vede il suo mondo sgretolarsi; la sua azienda fa bancarotta, la moglie Barbara (Valentina Sperlì) lo lascia per il suo migliore amico e gli viene pure sequestrata la casa. Ridotto alla fame e a dormire sotto i ponti, abbandonato dai suoi falsi amici e dalle banche, Achille trova un aiuto inaspettato in Donatella (Vittoria Belvedere) , una donna delle pulizie che aveva licenziato quando aveva resistito alle sue avances. Donatella è una donna generosa, anche se ferita dalla vita, e, nonostante gli avvertimenti contrari della sua amica Milena ( Daniela Morozzi ), comincia a credere che dietro la maschera arrogante e presuntuosa di Achille si nasconda un uomo dal buon cuore. Anche il piccolo Lorenzo ( Gianluca Grecchi ), figlio di Donatella, poco a poco si affeziona ad Achille e comincia a vederlo come un nuovo papà. Neanche Ezechiele lo ha abbandonato, anzi lo segue passo passo nella ricerca di un lavoro e nella scoperta di un mondo che Achille non aveva mai neppure conosciuto. Achille si scopre cambiato, in meglio, e felice, ma un’ultima prova lo aspetta, una prova che deciderà del suo destino e anche di quello di Ezechiele: questo nuovo Achille saprà resistere di fronte alla possibilità di far tornare tutto come prima?
La sesta, attesissima, serie di Distretto si apre con la nomina del nuovo commissario, che altri non è che Roberto Ardenzi: Giulia Corsi infatti alla fine ha deciso di seguire il suo cuore, e si è trasferita a Trieste.
Al distretto fanno il loro ingresso due nuovi personaggi: l’ispettore Irene Valli (interpretata da Francesca Inaudi), la nuova compagna di lavoro di Mauro Belli che ovviamente mal si adatta al fatto di non avere più Roberto al suo fianco; e l’ispettore della scientifica Alessandro Berti (Enrico Silvestrin), amico di vecchia data sia di Roberto che di Mauro, che collabora con i nostri fin dalle prime puntate.

Il nuovo nemico che i poliziotti del X Tuscolano devono affrontare in questa sesta serie è Cesare Carrano, un potente e pericoloso boss della criminalità organizzata che si è però guadagnato una facciata di rispettabilità che lo rende intoccabile. Il caso vuole che le strade del Commissario Ardenzi e quelle di Carrano si siano già incontrate molti anni prima (in quale modo lo scopriremo), per cui le indagini su Carrano tendono ben presto ad assumere i tratti di una sfida senza esclusione di colpi tra lui e il Commissario…

Note di produzione

Una caratteristica distintiva del Format “Distretto di polizia” è stata la scelta di inserire una linea narrativa forte (orizzontale), al di là dei percorsi dei personaggi e delle trame degli episodi, che fungesse da filo conduttore della fiction.
La correlazione tra realtà e fiction è uno degli elementi portanti anche per quanto riguarda il lavoro con gli attori che danno vita alla serie.
La scelta di impiegare attori non esplicitamente televisivi, selezionati con duri provini su parte, prende le mosse dalla chiara necessità di dare una più marcata naturalità alla recitazione.
La serie è stata realizzata, per precisa scelta produttiva, con standard cinematografici, facendo largo ricorso a steady cam e lunghi piani sequenza, che comportano la necessità per gli attori di mandare a memoria lunghe scene e di provare a lungo in teatro prima di girare.
Con un atteggiamento professionale, pre-cinematografico, sono state particolarmente curate anche le fasi di postproduzione, con la scelta di musiche contemporanee ed un montaggio serrato ed aggressivo.
I casi di puntata si ispirano alle cronache giudiziarie, fatti salvi i necessari interventi drammaturgici, nell’intento di dare verosimiglianza e genuinità alle storie.
Le storie sono il frutto di una attenta ricerca sul campo, direttamente ispirate da fatti reali e sviluppate attraverso confronti costanti con gli operatori di polizia.
Migliaia di lettere e suggerimenti di telespettatori testimoniano l’apprezzamento per un obiettivo centrato.

Enza è un’adolescente siciliana fresca e vitale che si sta affacciando alla vita, ma a causa della propria ingenuità, finisce sempre col mettersi nei guai. Non ha i genitori, ma vive con degli zii insieme a una sorella più grande che, più scafata, le fa da madre e cerca di metterla sulla retta via, finendo per questo anche in carcere per qualche tempo. Enza, tenendo fede alla sua natura di ribelle, s’innamora ricambiata di Sebastiano, un aitante ma assai superficiale venditore di musicassette, con il quale ha i primi rapporti sessuali, ma per lui giungerà anche a rubare. Scoperta, viene messa in un istituto correzionale di una città vicina, gestito da un’arcigna madre superiora, dal quale può tornare in famiglia un giorno alla settimana. È sull’autobus che collega il suo paese con la città che conosce Franchino, un ragazzo ugualmente superficiale ma che, col tempo, sente di innamorarsi seriamente di lei, e farà di tutto per correggersi. Dopo continui litigi e riavvicinamenti, Enza si accorge di essere incinta: sotto gli occhi di Franchino, prima si getta nel mare ghiacciato volendo abortire, ma poi esce dall’acqua incolume e salta su un autobus. Giacomo Battiato, regista

Ho voluto raccontare il Wojtyla polacco, la sua giovinezza e la sua formazione, dunque il Wojtyla meno conosciuto, non la storia di un Papa ma di un uomo che è diventato Papa.
I fatti e i personaggi che ho messo in scena sono autentici ma li ho trattati con la libertà propria della narrazione che elabora la realtà in emozioni e simboli. Che costruisce, da una vita, un romanzo. Per trasformare una biografia in un film, occorre essere infedeli e mettere in scena non tanto la cronaca dei fatti documentati ma lo spirito, le passioni e i valori simbolici degli eventi e dei personaggi che hanno segnato quella vita.
A poco più di vent’anni, Karol Wojtyla decide di cambiare progetto di vita, di diventare sacerdote anche, come dice, "…in nome del sacrificio di tanti miei compagni e compagne." Sceglie di dedicare la propria esistenza alla difesa della dignità sacra di ogni essere umano.In una sua poesia, rivelerà: "…Dio venne fin qui, si fermò a un passo dal nulla, vicinissimo ai miei occhi…"
Nella seconda parte del film, il sacerdote Wojtyla (che diventerà Vescovo, Arcivescovo e Cardinale nella ‘sua’ Cracovia) si confronta con il potere comunista. Affronta una battaglia politica e ideale, una battaglia disarmata, di idee e di principi: la libertà religiosa, la libertà della cultura, la libertà tout court come diritto assoluto dell’uomo. E la dignità del lavoro, del lavoro operaio in primo luogo. E il rispetto. Rispetto per tutti gli esseri umani che è alla base del vivere civile. E l’amore. Questo valore unico che da’ il senso alla vita. Su questo valore, con le parole di Wojtyla, il film si chiude: "L’amore mi ha spiegato ogni cosa, l’amore ha risolto tutto per me. Perciò ammiro l’amore, ovunque esso si trovi…"

Pietro Valsecchi, produttore

… Nella vita di un produttore ci sono progetti che, sin dal primo apparire, si annunciano come vere e proprie sfide. Il produttore sa che gli costeranno di gran lunga più sudore e fatica, che dovrà affrontare difficoltà e risolvere problemi di proporzioni ben superiori a qualsiasi produzione ‘ordinaria’. Nondimeno, in cuor suo, sa che sono proprio quelli progetti che segneranno la sua vita, oltre che la sua carriera. I quasi tre anni che ho dedicato a quest’impresa, rimarranno per me uno dei passaggi più vividi e appassionanti della mia vicenda di produttore, al di là dell’esito del film presso il pubblico e la critica. In questa certezza, mi guida la consapevolezza di essere stato il motore di un processo che farà conoscere una storia importante, nelle forme forse semplificate ma possenti di una narrazione popolare, a tutti, credenti e non credenti, cristiani e non cristiani, cattolici e non cattolici. Una storia che è anche la nostra storia, che ci permette di specchiarci e rivederci nella prospettiva lontana dei momenti bui ormai superati, e di trovare la speranza e la forza di cui abbiamo bisogno per le sfide del nostro futuro.

Monsignor Pawel Ptasznik, Responsabile della sezione polacca della Segreteria di Stato Vaticana

Il film è caratterizzato dall’umiltà nel trattare il tema, dalla semplicità e chiarezza della visione, dalla sobrietà nel dimostrare la propria ammirazione verso il protagonista e dalla consapevolezza degli stretti legami che uniscono la sua storia personale con le vicende della sua nativa Polonia. Il Film “Karol – un uomo che è diventato Papa” ci permette di conoscere meglio le radici della straordinaria personalità di Giovanni Paolo II e per questo diventa un’opera di un particolare valore. Spero che porti a tutti gli spettatori una intensa commozione ed un grande arricchimento umano, intellettuale e spirituale.

Il film è posto sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.
Il ritorno delle Brigate rosse in Italia, dopo 11 anni di silenzio da parte di questa organizzazione terroristica, è stato un fatto traumatico per l’intero Paese, oltre che ovviamente per i familiari delle vittime colpite: i professori d’Antona e Biagi, e poi il sovrintendente di polizia Petri. Proprio da quest’ultima morte gli investigatori hanno avuto in mano la chiave di volta per entrare nel cuore delle nuove Br, scoprire ciò che pareva invisibile e inafferrabile, e assestare dei colpi molto significativi al rinato terrorismo, anche se ancora non s’è concluso il vaglio processuale. Raccontare questa storia significa provare a raccontare un altro pezzo di storia d’Italia, certamente molto recente e quindi senza il distacco necessario dello storico, ma molto radicata nelle vicende del terrorismo italiano che hanno radici antiche, e quindi inseribile in un contesto più ampio. Proprio l’approccio investigativo che è stato messo in campo dopo un decennio di assenza di indagini sul terrorismo è uno degli aspetti più significativi: sono indagini diverse da tutte le altre, condotte anche con metodi tradizionali ma con intelligenze e prospettive psicologiche e “strategiche” diverse. Questo ci interessava raccontare perché questo è successo in Italia negli ultimi anni: una sfida già vinta in passato dallo Stato ma che s’è riproposta, improvvisa e inaspettata. Anche questa nuova sfida, lanciata dalle nuove Br nel ’99 con l’omicidio D’Antona, sembra essere stata vinta, ma c’è sempre il pericolo che qualcuno prima o poi la riproponga: anche per questo è importante tenere viva la memoria e prima ancora la cronaca e la rappresentazione di quello che è successo. In più, questo lavoro è anche un modo per rendere omaggio, di nuovo, alle vittime delle nuove Br: quelle designate, come D’Antona e Biagi e quelle “causali”, come Petri, la cui morte non è stata inutile ma anzi ha consentito agli investigatori che fino a quel momento andavano avanti per intuizioni e ipotesi, di avere a disposizione finalmente la possibilità di penetrare all’interno del gruppo terroristico.
 
Pietro Valsecchi
Un nuovo arrivo nel R.I.S.: si tratta del tenente Giorgia Levi, psicologa criminologa assunta per tracciare un profilo psicologico del serial bomber. L’Uomo delle Bombe nel frattempo mira sempre più in alto: riesce infatti ad uccidere il tenente Anna Giordano, avvelenandola con un bracciale. La disperazione del Capitano Riccardo Venturi, che aveva una relazione con la ragazza, e la determinazione degli uomini del R.I.S. portano all’arresto del serial killer, che però nega ogni coinvolgimento con gli omicidi. Ma la verità è scottante: l’arrestato non è il vero Uomo delle Bombe, bensì il fratello gemello; i due erano stati separati alla nascita, e nessuno dei due sapeva dell’esistenza dell’altro. La caccia al vero Uomo delle Bombe si conclude, o almeno così sembra, presso Borgo Val di Taro, in cima a una diga dalla quale l’Uomo delle Bombe si butta. Ma il corpo non viene ritrovato: Venturi non riesce a credere alla morte dell’uomo, e si butta testardamente alla sua ricerca finendo addirittura in licenza. Alla fine, però, Venturi riesce a dimostrare che l’Uomo delle Bombe è vivo, e che si è salvato tramite uno speciale giubbotto di silicone. Ritornato in servizio, il capitano riprende la caccia al dinamitardo, che culmina in un violento scontro a fuoco dove rimane ucciso il gemello del serial killer e ferito lo stesso Venturi. Sollevato dall’incarico, riuscirà comunque a sventare l’ultimo attentato e a catturare l’Uomo delle Bombe.
Finalmente torna l’appuntamento con il X° Tuscolano; sono tante le novità che ci aspettano in questa nuova serie: Sabina diventa mamma del piccolo Paoletto, Ardenzi continua la sua love story con Francesca, che diventa sempre più seria, Belli riesce ad adottare il piccolo Pietro insieme alla moglie Germana. Vittoria e Ingargiola continuano la loro storia fatta di alti e bassi mentre Ugo non fa che pensare alla sua Adele, la nuova fidanzata di cui è innamorato follemente. Parmesan è ancora il punto fermo del distretto mentre Luca ha una nuova collega, Anna Gori che aiuterà ad integrarsi con gli altri. Tra i volti nuovi anche il capitano Davide Rea entra prepotentemente nella vita del distretto, ma soprattutto in quella di Giulia che, conosciutolo casualmente, scopre in seguito che è un carabiniere e si trova spesso a lavorare con lui. Ma il capitano Rea è un prezioso alleato per il Distretto oppure intende approfittare della fiducia che Giulia è disposta a concedergli in nome di qualche patto oscuro che lo lega al suo misterioso passato?
Un altro dramma incombe sul X: la vita di uno dei protagonisti viene stravolta da un avvenimento inaspettato che fa convergere gravi sospetti su di lui. Riusciranno i colleghi del distretto ad aiutarlo?

Note di produzione
Una caratteristica distintiva del Format “Distretto di polizia” è stata la scelta di inserire una linea narrativa forte (orizzontale), al di là dei percorsi dei personaggi e delle trame degli episodi, che fungesse da filo conduttore della fiction.
La correlazione tra realtà e fiction è uno degli elementi portanti anche per quanto riguarda il lavoro con gli attori che danno vita alla serie.
La scelta di impiegare attori non esplicitamente televisivi, selezionati con duri provini su parte, prende le mosse dalla chiara necessità di dare una più marcata naturalità alla recitazione.
La serie è stata realizzata, per precisa scelta produttiva, con standard cinematografici, facendo largo ricorso a steady cam e lunghi piani sequenza, che comportano la necessità per gli attori di mandare a memoria lunghe scene e di provare a lungo in teatro prima di girare.
Con un atteggiamento professionale, pre-cinematografico, sono state particolarmente curate anche le fasi di postproduzione, con la scelta di musiche contemporanee ed un montaggio serrato ed aggressivo.
I casi di puntata si ispirano alle cronache giudiziarie, fatti salvi i necessari interventi drammaturgici, nell’intento di dare verosimiglianza e genuinità alle storie.
Le storie sono il frutto di una attenta ricerca sul campo, direttamente ispirate da fatti reali e sviluppate attraverso confronti costanti con gli operatori di polizia.
Migliaia di lettere e suggerimenti di telespettatori testimoniano l’apprezzamento per un obiettivo centrato.

Note di regia
Affrontare una serie così lunga è come affrontare una maratona. Ci vuole resistenza, impegno quotidiano, determinazione per curare i normali problemi di un set che sono però moltiplicati e amplificati dal fattore tempo.39 settimane di riprese, 1200 scene, 7000 inquadrature.Si cominciano le riprese dagli interni del commissariato, poi si girano gli esterni. Nel racconto c’è il dramma, l’azione e la commedia, una miscela che funziona, e bisogna evitare che una cosa prenda il sopravvento sull’altra. Mi è sembrato essenziale non tradire uno stile a cui il pubblico è affezionato, ma altrettanto importante cogliere tutti gli stimoli e gli spazi per dare a Distretto 5 ancora qualche cosa di più. Cercare di immergersi in quello che già è stato fatto è il primo passo, ma è opportuno che poi si segua anche il proprio gusto e quel modo particolare, personale che ognuno di noi ha di sentire le cose. Per cui scene d’azione ancora più spettacolari e scene di commedia trattate con calore e sentimento per farle diventare il momento in cui si risolvono i problemi di famiglia, di quella grande famiglia che è l’intero Distretto di Polizia. Nella lunga serialità gli attori padroneggiano anzi si sono già impadroniti del loro personaggio, a volte finiscono per diventare quasi i guardiani della sua verità. Si parla, si discute, serve diplomazia. E poi la recitazione. E’ essenziale che il tono non si spenga mai, che negli attori, qualsiasi cosa dicano e facciano, ci sia sempre tensione. E’ una specie di elettricità, di fuoco che devono sentire e far sentire sia nelle scene più intense che in quelle in cui c’è solo “buongiorno come va”. E deve valere per i protagonisti come per l’ultimo degli attori secondari.
Lucio Gaudino
Mancano solo due giorni a Natale e il Nord Italia è sconvolto da una serie di furti misteriosi ed inquietanti: un ladro travestito da Babbo Natale ruba giocattoli nei più grandi magazzini della zona. La tensione cresce, i genitori sono disperati, la polizia è impotente. Uno solo può salvare la situazione: il nostro amico Ezechiele…che da parte sua tutto vorrebbe tranne che lavoro extra a poche ore dalla sua agognata vacanza post-natalizia alle Hawai.

Ezechiele, per ordine del Decano, si troverà ad affrontare un’impossibile caccia al “Babbo” che lo porterà alla cattura del ‘cinico ma buono’ Mario, e alla scoperta di un luogo incredibile: l’orfanotrofio “Villa Felice”, dove il ladro ha trascorso l’infanzia e dove il Natale non solo non viene festeggiato, ma è stato proprio cancellato dal Calendario… per volere di una malvagia Direttrice (tuttora a capo di una piccola, triste comunità di orfani) che nasconde a sua volta un terribile e doloroso segreto.

L’orologio corre e la faccenda si complica: ora Ezechiele deve non solo capire dove sono nascosti i regali rubati, ma anche trovare un modo per ‘insegnare’ il senso e lo spirito del Natale a venti bambini che ne ignorano l’esistenza (cosa non proprio facilissima per un Babbo iper-tecnologico come lui)… E dovrà anche guadagnarsi la fiducia del burbero Mario (l’unico a conoscere il nascondiglio della refurtiva), aiutarlo a conquistare la bella aiuto-cuoca di “Villa IN-felice” e fargli scoprire che ne è stato dei suoi genitori… il tutto in meno di 24 ore!

Sarà una Notte piena di colpi di scena e di bacchetta magica, di Alberi di Natale fatati, di corse in slitta e sparatorie, dove tutto miracolosamente si risolverà in una stanza d’ospedale, tra fiocchi di neve, bambole umanizzate e… chitarre hawaiane che intonano “Jingle bells”.

Giacomo Battiato, regista

Ho voluto raccontare il Wojtyla polacco, la sua giovinezza e la sua formazione, dunque il Wojtyla meno conosciuto, non la storia di un Papa ma di un uomo che è diventato Papa.
I fatti e i personaggi che ho messo in scena sono autentici ma li ho trattati con la libertà propria della narrazione che elabora la realtà in emozioni e simboli. Che costruisce, da una vita, un romanzo. Per trasformare una biografia in un film, occorre essere infedeli e mettere in scena non tanto la cronaca dei fatti documentati ma lo spirito, le passioni e i valori simbolici degli eventi e dei personaggi che hanno segnato quella vita.
A poco più di vent’anni, Karol Wojtyla decide di cambiare progetto di vita, di diventare sacerdote anche, come dice, "…in nome del sacrificio di tanti miei compagni e compagne." Sceglie di dedicare la propria esistenza alla difesa della dignità sacra di ogni essere umano.In una sua poesia, rivelerà: "…Dio venne fin qui, si fermò a un passo dal nulla, vicinissimo ai miei occhi…"
Nella seconda parte del film, il sacerdote Wojtyla (che diventerà Vescovo, Arcivescovo e Cardinale nella ‘sua’ Cracovia) si confronta con il potere comunista. Affronta una battaglia politica e ideale, una battaglia disarmata, di idee e di principi: la libertà religiosa, la libertà della cultura, la libertà tout court come diritto assoluto dell’uomo. E la dignità del lavoro, del lavoro operaio in primo luogo. E il rispetto. Rispetto per tutti gli esseri umani che è alla base del vivere civile. E l’amore. Questo valore unico che da’ il senso alla vita. Su questo valore, con le parole di Wojtyla, il film si chiude: "L’amore mi ha spiegato ogni cosa, l’amore ha risolto tutto per me. Perciò ammiro l’amore, ovunque esso si trovi…"

Pietro Valsecchi, produttore

… Nella vita di un produttore ci sono progetti che, sin dal primo apparire, si annunciano come vere e proprie sfide. Il produttore sa che gli costeranno di gran lunga più sudore e fatica, che dovrà affrontare difficoltà e risolvere problemi di proporzioni ben superiori a qualsiasi produzione ‘ordinaria’. Nondimeno, in cuor suo, sa che sono proprio quelli progetti che segneranno la sua vita, oltre che la sua carriera. I quasi tre anni che ho dedicato a quest’impresa, rimarranno per me uno dei passaggi più vividi e appassionanti della mia vicenda di produttore, al di là dell’esito del film presso il pubblico e la critica. In questa certezza, mi guida la consapevolezza di essere stato il motore di un processo che farà conoscere una storia importante, nelle forme forse semplificate ma possenti di una narrazione popolare, a tutti, credenti e non credenti, cristiani e non cristiani, cattolici e non cattolici. Una storia che è anche la nostra storia, che ci permette di specchiarci e rivederci nella prospettiva lontana dei momenti bui ormai superati, e di trovare la speranza e la forza di cui abbiamo bisogno per le sfide del nostro futuro.

Monsignor Pawel Ptasznik, Responsabile della sezione polacca della Segreteria di Stato Vaticana

Il film è caratterizzato dall’umiltà nel trattare il tema, dalla semplicità e chiarezza della visione, dalla sobrietà nel dimostrare la propria ammirazione verso il protagonista e dalla consapevolezza degli stretti legami che uniscono la sua storia personale con le vicende della sua nativa Polonia. Il Film “Karol – un uomo che è diventato Papa” ci permette di conoscere meglio le radici della straordinaria personalità di Giovanni Paolo II e per questo diventa un’opera di un particolare valore. Spero che porti a tutti gli spettatori una intensa commozione ed un grande arricchimento umano, intellettuale e spirituale.

Il film è posto sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.
Di tempo non ne ha più molto, questo lo sa, e con discrezione si prepara, scrive una lettera, il suo testamento, pensa a tutto, riordina i fascicoli dell’indagine e il pomeriggio del 19 Luglio se ne va al patibolo in via D’Amelio, incontro alla sua condanna a morte. Paolo Borsellino fin da ragazzo nutriva una grandissima passione per il diritto civile, entrò in magistratura con l’idea di diventare un civilista, poi, nel 1980, la svolta. Il capitano Basile, suo collaboratore e amico, viene freddato per le strade di Palermo dopo aver consegnato un dossier bomba sulle attività criminali delle varie cosche mafiose, in particolare su quella emergente dei Corleonesi con a capo Totò Riina. Il consigliere Chinnici incarica quindi Borsellino dell’istruttoria e di istituire una squadra, quella che diventerà il famoso pool antimafia. Borsellino pensa al collega e amico di infanzia Giovanni Falcone. Ciascuno lavorerà sul proprio filone di ricerca: Chinnici coordinerà l’attività investigativa, Borsellino istituirà il processo, il giudice Giovanni Falcone seguirà il corso del denaro sporco, i poliziotti Cassarà e Montana si occuperanno dei latitanti. La squadra lavora giorno e notte senza sosta, animata da una grande professionalità e insieme di stima e rispetto reciproci.
Ma c’è anche l’amara consapevolezza che i loro nemici sono anche lì, in quel Palazzo, tra i loro stessi colleghi. Il bilancio dell’operazione è impressionante: 366 arresti, 300 reati contestati, tra i quali 121 omicidi. Ma a casa Borsellino nessuno festeggia, regna il silenzio, a tavola non si parla, Agnese, la moglie è preoccupata, Lucia, la più grande, rimprovera al padre di passare sempre meno tempo a casa, Manfredi e la piccola Fiammetta alle uscite con il padre ormai hanno rinunciato, tutti però non la vogliono sentire quella parola che porta silenzio e distanza, “Mafia”. Il 30 gennaio del 1992 dopo il lavoro incessante e l’enorme fatica di conciliare senso del dovere, passione per la giustizia e amore per gli affetti, ma soprattutto dopo la perdita di Chinnici, Cassarà e Montana, Paolo Borsellino, commosso e orgoglioso, ascolta la sentenza del maxiprocesso: i mafiosi vengono condannati a pene pesantissime. Ma la Mafia non è vinta: Riina è ancora libero, si riorganizza e muta strategie. Alla vigilia della nomina a Superprocuratore Nazionale Antimafia, Giovanni Falcone viene giustiziato, fatto saltare in aria insieme alla scorta e alla moglie. Giovanni Falcone a Roma non ci andrà più. Muore all’ospedale tra le braccia dell’amico Paolo accorso per guardarlo un’ultima volta, stringergli la mano e riconfermare quell’impegno, con la consapevolezza di essere lui il prossimo “cadavere che cammina”. Borsellino prosegue il lavoro, non si fida, è attento e parla poco, in famiglia sdrammatizza, è assetato di momenti comuni, di quei figli cresciuti senza di lui, di ritrovare momenti da dedicare solo ad Agnese che ama teneramente e alla quale commosso come un bambino confessa le sue paure.
Il coraggio di questi uomini non stava solo nel fatto di rischiare la propria vita, ma stava nella consapevolezza che un giorno la mafia li avrebbe uccisi. E a questo proposito è stupefacente il discorso che Borsellino scrive per la commemorazione del suo amico Giovanni: “Giovanni Falcone aveva perfetta coscienza che la mafia un giorno lo avrebbe ucciso…” e quando parla del suo lavoro di giudice, in un’intervista con Lamberto Sposini, parla della certezza che tutto questo un giorno gli costerà caro.
Credo che fare questo film sia stata una delle esperienze più forti e formative della mia carriera, non è stato solo “girare un film” da un punto di vista professionale, ma è stata un’esperienza che ha coinvolto direttamente la mia vita, che mi ha fatto riflettere anche su cose che non riguardavano direttamente e strettamente la mafia. Rivedere il materiale di repertorio, risentire i discorsi fatti da Borsellino e Falcone, rileggere i loro scritti o i loro interventi sui giornali è stata un’esperienza molto coinvolgente.
In qualche modo intendo questo film come una canzone d’amore, una canzone d’amore dedicata ai protagonisti di questa storia, a partire da Paolo Borsellino per arrivare ai personaggi più piccoli, quelli che per motivi narrativi, abbiamo potuto approfondire e raccontare di meno ma che non per questo sono meno grandi ai nostri occhi.

Gianluca Maria Tavarelli, regista
Francesca De Luca (Isabella Ferrari) è un avvocato civile; lavora nell’affermato studio del marito, Claudio Donati (Ennio Fantastichini). Claudio è brillante nella sua professione, a volte addirittura cinico. Francesca, un’idealista dotata di grande umanità, scopre che il marito la tradisce con Silvia (Valentina Sperlì); apre uno studio suo, lascia Claudio e porta con sé i due figli, Marta e Luca. Scoppia una guerra fra marito e moglie: a chi verrà dato l’affidamento dei due bambini? Chi vincerà questa lotta? “Cuore contro Cuore”, due studi legali in competizione, fra avvocati civili quotidianamente alle prese con divorzi, figli abbandonati, uomini in fuga dalle proprie responsabilità e donne che usano i bambini contro i mariti. Francesca si troverà di fronte a mille difficoltà economiche; si troverà sola, offesa, piena di rancore e stupore nel vedere l’uomo che amava trasformato in nemico, proverà tutta la sofferenza che finora aveva gestito con la freddezza della professionista. La maggior parte dei giovani dello studio del marito – nonostante l’ovvia penalizzazione economica – deciderà di seguire Francesca nell’avventura di ricominciare da zero. Ci saranno: Alessandra (Carlotta Natoli) e Andrea (Yari Gugliucci), due giovani avvocati; una segretaria Alice (Victoria Cabello) e, d’appoggio, un investigatore privato Marco Valle (Stefano Pesce) ed, infine, anche Rocco (Rocco Papaleo), un timido psicologo infantile che si aggiungerà al team dello studio di Francesca.
UN POLIZIESCO DIVERSO: PIU’ INVESTIGAZIONE, PIU’ AZIONE Il Reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri (Ris) diventa protagonista di una fiction che racconterà, su Canale 5, altrettanti casi ispirati a reali fatti di cronaca. L’idea del progetto è di Pietro Valsecchi e Camilla Nesbitt (Taodue) che da tempo volevano realizzare un poliziesco un po’ diverso che facesse riferimento alle nuove e modernissime tecnologie che negli ultimi tempi hanno caratterizzano l’investigazione scientifica. Era quasi naturale che lo spunto arrivasse dalla cronaca nera e dal ruolo sempre più importante svolto dai Ris negli ultimi più eclatanti casi che hanno occupato le pagine della cronaca nazionale. “L’idea” spiega il produttore Pietro Valsecchi “nasce due anni fa dall’esperienza de L’ultima pallottola (miniserie in due puntate sul serial killer Donato Bilancia) dove la collaborazione del vero RIS era risultata centrale nel lavoro di ricerca per scrivere la sceneggiatura. Dopo questa esperienza, insieme al team creativo di Distretto di polizia (Daniele Cesarano, Barbara Petronio e Leonardo Valenti), ho deciso di creare una serie basata sul lavoro dei RIS, dove i casi vengono svolti, raccontati e soprattutto risolti attraverso il metodo di lavoro del reparto della scientifica. A differenza di altre serie poliziesche, alle normali indagini si sostituisce un metodo nuovo, moderno, dove l’analisi di un dettaglio può contare più di una confessione, dove alla verità si arriva sempre attraverso l’analisi di laboratorio degli elementi trovati sulla scena del crimine”. Ultimo – L’infiltrato è lo spettacolare capitolo con cui si conclude la trilogia di Ultimo, un omaggio appassionato a un uomo, la cui storia è stata superbamente documentata nel libro di Maurizio Torrealta, ma anche a tutti coloro che con il proprio mestiere, ogni giorno, affrontano gravissimi pericoli in nome della giustizia. Ultimo ha un nemico giurato e ora, che ha perduto Ombra, uno dei suoi uomini più coraggiosi e validi, ha un motivo in più per arrestare il boss Catalano e i suoi. I molti colpi di scena rendono questo episodio ancora più emozionante e permettono di fare luce anche sulle nuove attività criminose della mafia siciliana. Aziende di copertura, una rete insospettata di attività imprenditoriali, traffici internazionali capaci di generare profitti strabilianti. Perché tutto fosse non solo realistico ma in grado di avere un valore documentario, gli autori di Ultimo – L’infiltrato si sono avvalsi della ormai consolidata collaborazione dell’Arma dei Carabinieri e anche della consulenza di Carlo Bonini, nota firma di cronaca del quotidiano La Repubblica. Il risultato è un film in due puntate di altissimo livello, capace di coinvolgere e tenere col fiato sospeso fino all’ultima scena. Perché i genitori del commissario Corsi sono stati uccisi? Cosa sta per accadere al team del Decimo Tuscolano? Questa è la domanda centrale della quarta serie di “Distretto di Polizia”, prodotta da Pietro Valsecchi e Camilla Nesbitt per Mediaset. Il commissario Giulia Corsi ha brillantemente superato la prima, dura prova della sua giovane carriera: entrata al “Distretto di Polizia” si è subito messa in gioco, affrontando con coraggio tutti i rischi del mestiere e dimostrando di saper svolgere la sua professione. Il commissario Corsi ha potuto contare su un team straordinario: i poliziotti del Decimo Tuscolano, i quali non sono semplici colleghi ma principalmente un gruppo di amici, sempre in grado di trovare la forza per affrontare e superare situazioni difficili e questo perché tutti credono fermamente in due valori: verità ed umanità. Tornano in “Distretto di Polizia” i volti tanto attesi dai telespettatori: Claudia Pandolfi, Ricky Memphis, Giorgio Tirabassi, Giorgio Pasotti, Simone Corrente, Daniela Morozzi, Gianni Ferreri, Marco Marzocca, Roberto Nobile, Sergio Fiorentini, Bruno Armando, Giulia Michelini, Silvia De Santis, Valeria Milillo e, tra i nuovi attori che si aggiungono al cast, Giuseppe Cederna. Nelle tre precedenti edizioni, “Distretto di Polizia” ha avuto modo di confermare la crescente affezione del pubblico televisivo passando da una media di ascolto di 6.069.000 telespettatori, share del 22.4 % (prima edizione 2000) ad una media di 7.784.000 telespettatori, share del 29.5 % (seconda edizione 2001) e raggiungendo infine, una media di 8.514.000 telespettatori, share del 31.6% (terza edizione 2002). Luca Zingaretti e Isabella Ferrari: è l’inedita coppia protagonista di “Doppio Agguato”, miniserie tv, prodotta da Taodue film di Pietro Valsecchi per Mediaset.   Il film, liberamente ispirato al sequestro di Dante Belardinelli (avvenuto nella primavera-estate 1989), racconta, da un lato, il grande agguato costruito e preparato dai Nocs per cercare di arrivare alla liberazione dell’imprenditore rapito, dall’altro,  quello che i banditi organizzano (una volta intuito lo scambio) ai danni dei Nocs che vanno a consegnare il riscatto.   Luca Zingaretti è Valerio Attico, comandante del Nocs, chiamato a organizzare, con una sola settimana di tempo e con l’aiuto di quattro giovani reclute appena uscite dal corso, del suo vice e di un ex collega,  l’operazione che dovrebbe permettere di incastrare i rapitori e liberare l’imprenditore dopo che la magistratura ha imposto la linea dura sul pagamento del riscatto. Carattere irruente, poliziotto inflessibile,  capo intransigente, Attico è soprattutto un uomo diviso tra il senso di dovere e gli affetti privati, costretto a scegliere se portare a termine il compito affidatogli o ritirarsi rischiando di far fallire l’intera operazione.   Al suo fianco Isabella Ferrari-Anna Milesi, commissario di polizia incaricata di seguire le indagini, da subito in aperto contrasto con il collega di cui non apprezza modi e decisioni. Sarà lei l’elemento di equilibrio tra il comandante e i familiari del rapito, a garantire un’operazione apparentemente suicida diventando a sua volta donna d’azione, e ad offrire un appoggio ai conflitti e ai problemi privati di Valerio Attico.   “Doppio Agguato”, diretto da Renato De Maria, sposa finzione e cronaca, azione e introspezione, storie private e situazioni straordinarie, potendo contare, oltre ai due protagonisti principali, e a Dino Abbrescia, su di un cast di giovani attori, promesse del cinema italiano, che danno volto alle quattro reclute improvvisamente trasportate dalle simulazioni dei campi di addestramento alla sanguinosa realtà del terreno d’azione. Liberamente ispirato ad un fatto di cronaca vera, “Ultima pallottola”, il film tv in due parti racconta le settimane di indagini incessanti e convulse che portarono i Carabinieri di Genova a identificare e arrestare Bilancia grazie anche alle innovative tecniche di analisi messe a punto dal RIS (il Reparto Scientifico) di Parma; ma soprattutto è la storia di un Capitano dell’Arma, Stefano Riccardi (interpretato da Giulio Scarpati), non riconciliato col proprio passato e impegnato in una “missione impossibile” che riuscirà ad assolvere solo mettendo in gioco se stesso.   Pur con inevitabili libertà e adattamenti, “Ultima pallottola” cerca insomma di raccontare quegli uomini e quei momenti: le attese, le crisi, le sconfitte e l’insopprimibile voglia di ricominciare, di lottare, di non mollare fino al drammatico “faccia a faccia” tra il Capitano Riccardi e lo spietato killer (Carlo Cecchi).   Per l’uomo che nella realtà ha incastrato il serial killer della Liguria (l’allora Maggiore dei Carabinieri Filippo Ricciarelli), la vicenda Bilancia è un’indagine che ha visto coinvolti centinaia di uomini, ognuno impegnato a fare la sua parte, magari umile ma comunque importante. Per il Capitano Riccardi protagonista de “Ultima pallottola” è soprattutto una sfida tra un assassino e un uomo di legge, tra il male e il bene, tra l’imponderabile, l’imprevedibile, un volto senza luci e una mano armata e sanguinaria, da un lato, e l’intuizione e il coraggio di un carabiniere da strada, un cane sciolto, dall’altra. Una partita a scacchi che dal primo momento sembra riconoscere un solo vincitore invisibile che ad ogni mossa lascia una scia di sangue senza logica e senza un perché.
Nelle due precedenti edizioni la serie TV di Canale 5, presentata da Mediatrade e prodotta dalla TaoDue Film di Pietro Valsecchi e Camilla Nesbitt, ha avuto modo di confermare la crescente affezione del pubblico televisivo passando da una media di ascolto di 6.069.000 telespettatori, share del 22.4 % (prima edizione 2000) ad una media di 7.784.000 telespettatori, share del 29.5 % (seconda edizione 2001).   La terza serie si apre con una sorprendente novità: l’arrivo del nuovo commissario Giulia Corsi (Claudia Pandolfi) al Decimo Distretto Tuscolano. Giulia è una giovane donna che ha dichiarato guerra alla criminalità; è una donna d’azione che nasconde nella vita privata un dolore che può condividere solo con sua sorella più piccola, Sabina (Giulia Michelini). Ha un ragazzo, Paolo Libero (Giorgio Pasotti), che vorrebbe offrirle la serenità che cerca. Giulia ha anche un caro amico, il procuratore Marco Altieri (Bruno Armando), che vorrebbe essere per lei più di un semplice amico. Al suo primo incarico al Decimo Tuscolano, il commissario Corsi sta per scoprire un gruppo di uomini affiatati, ed è tra loro che forse ritroverà la famiglia che ha perduto.   Azioni spericolate, missioni ad alto rischio e, soprattutto, un intricato giallo che riguarda il cuore del Decimo Distretto Tuscolano: la morte di Angela. Tutto questo in “Distretto di Polizia 3” che, alla sua terza edizione, si avvale della regia di Monica Vullo. “Francesco” è un progetto che nasce dal desiderio di proporre al pubblico televisivo una figura di riferimento dalla forte spinta ideale e spirituale.   La testimonianza e la statura morale di San Francesco possono costituire un esempio per il nuovo millennio: Francesco è il protettore degli ultimi ed è un viandante che, abbandonato ogni avere ed attaccamento materiale, gioisce di essere nel mondo.   Il film in due parti racconta il percorso del santo di Assisi partendo dalla sua traumatica esperienza di combattente durante la guerra tra i borghesi e i nobili della città umbra e della conseguente prigionia a Perugia; si prosegue poi nella descrizione della nascita di quella voce interiore che lo spinse a lasciare la famiglia e ogni bene terreno, per predicare il vangelo e occuparsi dei deboli, fino ad arrivare alla fondazione dell’Ordine che porta il suo nome, ai dissidi che seguirono, per giungere al crepuscolo degli ultimi giorni di Francesco. La storia è intessuta della presenza di Chiara, dapprima amica d’infanzia e amorosa sostenitrice e poi convinta seguace delle parole e delle opere di Francesco. A dieci anni dalla scomparsa, nel 1991, questo è il primo e unico film completo su Mario Schifano, uno degli artisti italiani più amati e conosciuti e falsificati del ventesimo secolo. È stato fatto e voluto dalle persone, donne e uomini, che con lui hanno vissuto e lavorato, da chi lo ha amato, seguito, sopportato. Costruito con materiali inediti provenienti dall’archivio privato di Mario Schifano, spezzoni di interviste, videoclip, è un tentativo di cogliere per la prima volta il Iato intimo di un artista “irregolare” in un viaggio nel tempo con i pittori della scuola di piazza del Popolo. Non un film “su” ma “con” Schifano. Appena entrati ci si trova immersi in quegli anni irripetibili di eccessi e creazione, trascinati dal vortice intelligente e per nulla pacificante della sua energia che ci lascia, alla fine, storditi e arricchiti. Ci resta la coscienza che, oltre la fama, oltre la diffusione del suo segno inconfondibile, oltre i flash parassiti della cronaca mondana, Schifano è artista che ancora dobbiamo scavare, godere, studiare. Un mondo visto da uomini e donne che affrontano insieme le difficoltà ed i rischi di un mestiere pericoloso, che condividono gioie e drammi della vita con coraggio e generosità, tutto questo nelle dodici puntate di “Distretto di Polizia 2”.   Dopo aver affrontato e vinto la sua lotta contro la mafia che le aveva ucciso il marito, ed aver sconfitto i colpevoli di quegli efferati delitti, Giovanna Scalise (Isabella Ferrari) decide di restare nel Distretto che l’ha accolta e protetta nei tempi difficili della sua fuga dalla Sicilia. Nelle nuove dodici puntate di “Distretto di Polizia 2”, Giovanna è riuscita a trovare un proprio equilibrio a Roma, sostenuta dall’affetto della sua famiglia: la madre Caterina (Ivana Monti) e i figli, Livia (Lavinia Guglierman), Federico (Alessandro Sperduti) e dall’affiatamento con il suo gruppo del distretto di polizia. C’è un uomo in particolare che sta a cuore a Giovanna Scalise: l’ispettore Walter Manrico (Lorenzo Flaherty). Un nuovo amore che le restituirà il sorriso dandole una nuova speranza di vita…   L’ombra del passato incombe ancora sulla vita della Scalise. Vito Tonnara (Tony Sperandeo) ha sete di vendetta: suo figlio, uno dei condannati nel processo alla mafia, muore in carcere. Giovanna è in pericolo e non lo sa. Una nuova minaccia senza volto incombe sulla sua ritrovata felicità…   Chi vuole la morte di Giovanna Scalise non ha fatto i conti con i suoi collaboratori che saranno vicino al loro capo e vivranno in prima persona il confronto finale. Il distretto è il cuore delle vicende umane e professionali di tutti i suoi componenti le cui storie si intrecciano ai casi e alle indagini, in un clima di professionalità e affiatamento, ma anche di generosa allegria, dove ogni cittadino può sentirsi a casa.  

TRA FICTION E REALTà

I casi di puntata di “Distretto di Polizia 2” sono il frutto di una attenta ricerca sul campo, le storie sono direttamente ispirate da fatti reali e sviluppate attraverso confronti costanti con gli operatori di polizia. Un valore aggiunto che è stato apprezzato non solo dal pubblico e dalla critica, ma che ha avuto anche inattesi risvolti in ambito burocratico ufficiale: il Viminale ha deciso di adottare la denominazione “Distretto” per indicare i Commissariati di zona, come si legge nel seguente documento inviato dal Direttore Ministero dell’Interno al Dott. Pietro Valsecchi, Produttore della serie TV per Mediatrade:   “       …Non è sempre la realtà ad influenzare la fiction o la virtualità. Alcune volte è il contrario. Il caso in questione nasce dallo sceneggiato “Distretto di Polizia”. Nel decreto di riorganizzare degli Uffici periferici della Polizia di Stato si è deciso di utilizzare questa dizione “Distretto” per indicare una tipologia di Commissariato della Polizia di Stato.          La fiction da lei prodotta ha l’indubbio valore della verosimiglianza e mi auguro sempre più quello di presentare l’umanità dell’operatore di Polizia”.   Anche le storie personali dei ruoli e la vita quotidiana al Distretto sono costruite con grande attenzione e cura al fine di restituire la naturalezza e la verosimiglianza della realtà a cui si ispirano. Migliaia di lettere di telespettatori e agenti di polizia testimoniano l’apprezzamento per un obiettivo centrato.   “Distretto di Polizia 2” è una storia incentrata intorno ad un personaggio femminile, Giovanna Scalise, interpretato da Isabella Ferrari. Tra la donna personaggio e la donna attrice c’è una sorprendente affinità che dalla finzione giunge alla realtà: Isabella e Giovanna sono entrambe in attesa e portano avanti la loro gravidanza tra l’impegno e la fatica dell’attrice e i pericoli e le difficoltà del personaggio. Anche il lieto evento sarà per entrambe le donne quasi concomitante.   Ognuno degli attori di “Distretto di Polizia 2” è stato coinvolto nella costruzione del proprio personaggio, per far sì che la loro interpretazione potesse attingere direttamente all’esperienza personale.
Nove febbraio ’98, dopo 237 giorni di durissima prigionia Giuseppe Soffiantini viene liberato. Un rapporto intenso col suo sequestratore. Una famiglia lacerata. Lo scontro tra due anime dello stato. Michele Placido è Giuseppe Soffiantini ne “Il Sequestro Soffiantini”. Una terribile prigionia; Giuseppe Soffiantini capisce ben presto che la salvezza può arrivare solo attraverso la costruzione di un rapporto col suo sequestratore Marco, Tony Sperandeo. Due uomini di terra: hanno entrambi origini contadine, una cultura del rispetto per la persona, ma anche, due uomini intrisi del pragmatismo, a volte cinico, della società del mercato alla quale appartengono. Soffiantini si trova più volte sul punto di essere ucciso ma è proprio la forza del rapporto costruito, con il suo carnefice, a salvarlo. La loro storia termina con un drammatico faccia a faccia: adesso è la vittima che potrebbe condannare il suo carnefice… Nel corso di questa vicenda vengono mostrate due anime dello stato: una che impone come priorità la legge, con un giudice, interpretato da Lino Capolicchio, che si impone nei rapporti diretti tra la famiglia ed i rapitori; l’altra, quella rappresentata dalla dottoressa Corrias, Claudia Pandolfi, che mette, invece, in primo piano la vita della persona da salvare e del dolore della moglie, Anna Bonaiuto, e dei figli, uno dei quali è interpretato da Libero De Rienzo. “Il Sequestro Soffiantini” da spazio ad una ulteriore riflessione: pur essendo un sequestro considerato a buon fine, si lascia in realtà alle spalle due vittime: l’ispettore dei NOCS, Samuele Donatoni interpretato da Claudio Santamaria, e il capo della banda dei sequestratori. Tutta la storia di questo rapimento è raccontata con durezza ed estremo realismo, rendendo labile e toccante il confine tra finzione e realtà: il vero Giuseppe Soffiantini, nelle ultime inquadrature del film appare al posto di Michele Placido. La regia è affidata a Riccardo Milani.

Un eroe dimenticato

Da cittadino qualunque a eroe. Quella di Marco Basile è una storia vera, una vicenda che fa pensare, specie in tempi come questi in cui troppe volte la giustizia e la legalità sono messe a dura prova. L’impegno concreto e coraggioso di un giovane come tanti, con una vita normale, una famiglia e un sogno nel cassetto, capace di rinunciare a tutto in nome di un ideale, mostra quale inaudita potenza possieda il since- ro desiderio di giustizia. È anche grazie a questi eroi dimenticati che è ancora possibile credere in un futuro migliore per il nostro paese. Con i mezzi della fiction, Il Testimone cerca di offrire cerca di offrire un sentito omaggio al coraggio e alla determinazione di un eroe suo malgrado. Nella superba interpretazione di Raoul Bova, circondato da un cast di prim’ordine e guidato dall’ottimo Michele Soavi, si concretizza il dramma di una scelta. Una scelta dalla quale non è possibile tornare indietro ma che muove un ammirevole e coraggioso passo avanti verso la legalità.

Il progetto “UNO BIANCA” è nato dal libro “Baglioni e Costanza” scritto da Marco Melega. I fatti di cronaca a cui tutti gli italiani sono stati partecipi, ci ha colpito moltissimo. Da lì è nata l’idea di realizzare una fiction verità, un film-indagine. Naturalmente ci siamo preoccupati di non ledere e mettere in difficoltà le persone ancora coinvolte nella storia e siamo stati assolutamente attenti a non citare nessuno.

Nota di regia

Di Baglioni e Costanza, due poliziotti di provincia, il cui compito è quello di seguire piccoli fatti sulla riviera, dagli spacci di droga agli extracomunitari, mi ha attratto raccontare due antipoliziotti che si trovano coinvolti in fatti più grandi di loro. Grazie alla loro intuizione, intelligenza e al loro lavoro capillare, riescono a mettersi sotto le tracce della banda della Uno Bianca. Loro sono in qualche modo degli “ultimi” all’interno della grande macchina che sono le forze di polizia e gli organi dello Stato. Si trovano in contrasto con persone a loro superiori di grado a cui devono rendere conto. Non sono due super rambo, due poliziotti d’azione. Agiscono in modo mimetizzato.

Nella fiction viene raccontata anche una competizione tra le polizie dove ogni territorio ha i suoi commissariati, le sue competenze, la sua territorialità. In questa storia i due poliziotti si mettono a riscartabellare tutto il materiale che in anni era stato archiviato e visionato da tutti gli organi di competenza dello Stato, dalla Criminal Pol, la Guardia di Finanza, l’Arma dei Carabinieri, l’Antiterrorismo e da altri corpi. E’ bello raccontare tutto questo all’inverso: guardare nel dettaglio, nella minuzia, mettendo insieme dei particolari, come si svolgono appunto le indagini. E questo è quello che mi interessava raccontare: una vera storia di detection, di due che sono “nessuno”.

Nelle scene d’azione quello che mi piace raccontare è non solo l’azione fisica, ma l’azione emotiva che viene suscitata nel pubblico nel vedere quella o quell’altra scena. Ad esempio, raccontando una rapina, che già di per se implica un’azione, ho cercato di rappresentarla in modo emotivo, vista soprattutto da chi la subisce senza togliere la spettacolarità.

Una serie di ventiquattro puntate di cinquanta minuti l’una, un impegno che ha richiesto la conferma e la specificazione di molte delle caratteristiche che hanno espresso la nostra filosofia in termini di produzione televisiva. Innanzitutto la creazione di una vera e propria officina di talenti che comprende autori come Marcello Fois e Gabriele Romagnoli. Scrittori e sceneggiatori che stimavamo e ai quali abbiamo proposto di affrontare con noi questo difficile percorso verso un prodotto televisivo di qualità e l’impegno ad affrontare una serialità dove si raccontassero storie vere, vicine alla gente. Ritmi serrati, argomenti che affrontano dal vivo le questioni attuali. Un impegno anche dal punto di vista tecnico che ci ha spinto a scegliere di girare le nostre 24 puntate interamente su pellicola piuttosto che in elettronica, trovando un grande entusiasmo anche da parte della Rete, naturalmente del regista e da tutti gli altri compagni di viaggio. Da questo punto di vista va specificato che non ignoriamo l’importanza dell’elettronica, ne tanto meno il fatto che proprio l’elettronica sarà il futuro della fiction e della cinematografia. Tuttavia, al momento attuale, gli esiti della pellicola restano quelli che più si adattano alla nostra idea di fiction di qualità. Luglio 1999. In un ristorante, una notte, ha luogo una cena dove 10 camorristi si incontrano per parlare di un grosso carico di cocaina che arriva tra 30 giorni: 5000 kg. Mentre parlano però non sanno che fuori è appostato un furgone operativo attrezzato che li sta sorvegliando: è “Balena”, dove ci sono “Ultimo”, “Ombra” e “Solo”. Ma, mentre stanno parlando, degli uomini in passamontagna arrivano e compiono una strage e “Ultimo” assiste al tutto senza poter far niente dato che la porta del furgone “Balena” era bloccata da un camion dell’immondizia fermatosi di fianco a loro. Intanto un pentito fa sapere al generale Trani, grande amico di “Ultimo”, che i corleonesi stanno per preparare un piano per rapire e uccidere “Ultimo” per vendicarsi dell’arresto di Partanna avvenuto sei anni e mezzo prima. Inoltre Trani gli confida che per motivi di sicurezza il gruppo Crimor verrà sciolto. “Ultimo” è molto arrabbiato ma accetta. Ha una riunione col generale Trani, che gli confida di essere stato promosso di grado e di avere solo 30 giorni per arrestare gli assassini prima che lui, venendo trasferito, perda ogni potere di proteggerli. Ovviamente le indagini sono segrete. Michele Pagano, unico sopravvissuto alla strage dei camorristi per un caso fortuito, scopre la vera identità di “Ultimo” e lo contatta per essere protetto in cambio di dichiarazioni: la morte dei camorristi suoi compagni al ristorante è stata ordita dal Clan dei Catalano che intendeva sottrarre loro un grossissimo affare. Don Rocco Catalano voleva il carico dei camorristi per diventare il nuovo boss di Cosa Nostra dopo il vuoto lasciato da Partanna e la latitanza dei suoi uomini. Pagano sembra un’ottima pista per risolvere il caso prima che il gruppo Crimor venga sciolto e Catalano diventi il nuovo Capo dei Capi, ma le speranze di “Ultimo” e dei suoi crollano quando Pagano viene trovato ucciso nella sua macchina. Dopo pedinamenti, perquisizioni segrete notturne, arresti e problemi, “Ultimo” e il suo gruppo arrestano i fratelli Catalano e il suo clan e sequestrano anche il carico di droga che era arrivato al porto di Fiumicino. A Roma un gruppo di amici frequenta lo stesso esclusivo circolo di tennis, il Tiber. Qui, sorvegliato da Gigetto, il custode che da anni vive nel circolo, e sopporta gli scherzi dei soci di cui è il bersaglio preferito, c’è Alberto, che sta per diventare presidente del circolo, palazzinaro, sbruffone, megalomane, sempre dedito a dimostrare il proprio potere agli amici che si umiliano davanti a lui. Alla fine Alberto viene arrestato nel Circolo dalla Finanza per frode fiscale. C’è Carletto, ex attore di varietà oggi disoccupato e disposto a qualunque compromesso pur di tornare a lavorare, ma intanto si vende i mobili di casa in un’asta tra i soci. Ci sono Nicoletta e Walter, coppia ricca e poco elegante. Walter ha un’azienda di traslochi, Nicoletta cova sogni da intellettuale, vuole lanciare un fotografo cubano ma tutto si infrange di fronte al risorgere della passione calcistica. C’è Roberto, che ha sposato la figlia di un noto gioielliere, lavora nel negozio del suocero e non trascura avventure con belle clienti. Sorpreso con una di queste, viene cacciato di casa e dal lavoro, si rifugia presso un amico e poi finisce per lavorare al circolo come direttore di catering. C’è infine Fausto, il socio più anziano, testimone di una Roma diversa e più autentica. Alla fine, Gigetto vince al totocalcio e si licenzia, l’ultima amante di Roberto diventa l’amica del gioielliere, e Roberto si trasferisce in Polinesia, dove vende collanine.
Il film narra inizialmente della doppia vita di tre ragazzi milanesi, “bravi ragazzi” di giorno e teppisti di notte, aggirandosi nell’ombra in una realtà prevalentemente notturna composta da abbandono e degrado. René Cordaro nel tempo libero lavora nel bar/pub che dovrebbe ereditare dai genitori, gli altri due membri sono Marco e Davide Chiarelli, il primo un vice ed il secondo il tramite per le loro scorribande. Per volontà di René, a loro presto si aggregherà Giorgio Molteni, ragazzo dalla psiche instabile che prenderà progressivamente il posto di Marco all’interno del gruppo a seguito del tradimento di quest’ultimo. La situazione degenererà terribilmente in un alienante crescendo in quanto i loro crimini diventeranno sempre più gravi ed efferati, e l’integrità del gruppo sarà inevitabilmente compromessa. Lunapark, stazioni di servizio, quartieri malfamati e aree abbandonate saranno teatro dei loro misfatti. A gestire gli accordi per spaccio e scommesse clandestine sarà “Marcione”. Alcuni di loro verranno arrestati ma una volta scagionati continueranno “il loro gioco”, altri ancora si pentiranno dei gesti compiuti ma sarà ormai troppo tardi. Una memorabile scena finale dall’epilogo orribile rappresenterà la probabile disfatta dei due ultimi protagonisti, René Cordaro e Giorgio Molteni.

NOTE DI PRODUZIONE

Il progetto ULTIMO è nato nel 1998. All’uscita del libro di Torrealta, i produttori si entusiasmarono subito alla storia di questo straordinario uomo, il capitano Ultimo. Inizialmente l’intenzione era quella di realizzare un film per il cinema. A tal scopo hanno lavorato tra i più apprezzati registi e sceneggiatori italiani. Da Zaccaro a Pozzessere, da Torrealta a Pasquini, da Rulli a Petraglia. Ci si accorse però, che in un film di un’ora e mezza, si sarebbero dovuti escludere dei passaggi che sembravano di straordinaria rilevanza. Senza rinunciare alla forza cinematografica del progetto, si è quindi deciso di realizzare un film di tre ore da destinare al pubblico televisivo. Per la stesura della sceneggiatura sono stati chiamati Graziano Diana, Salvatore Basile e Stefano Reali che, del film, è anche il regista.

NOTE DI REGIA

Non è facile per me parlare di “Ultimo”.

Posso dire che si tratta di un film televisivo in due puntate, come mi è già capitato di fame in passato. Potrei dire che si basa su una storia vera, basata su dei personaggi tuttora operanti e viventi, per cui non si possono usare luoghi e nomi veri e comunque bisogna anche “prendere le distanze” da come sono andate veramente le cose, sia per rispettare un minimo l’aspettativa di drammaturgia che uno spettatore chiede ad un film televisivo, sia per non urtare la suscettibilità di chi comunque potrebbe riconoscersi nel racconto. Qualcuno mi ha fatto notare che per la terza volta mi trovo a raccontare la storia dove il protagonista è un nerd interpretato da Raoul Bova che si mette in testa di raggiungere un risultato sulla carta impossibile e che alla fine ce la fa. sorretto anche dalle musiche di Ennio Morricone.

Ma “Ultimo” è molto, molto più di tutto questo. Tanto per cominciare, si è rivelato di gran lunga il film, televisivo e non, più impegnativo che io abbia fatto finora, il più difficile da scrivere, da mettere in scena e da “casteggiare”, se mi si perdona il brutto ma comodo neologismo. Quarantacinque attori parlanti sono davvero tanti, in un film televisivo, dove il pubblico deve già fare la sua bella fatica ad affezionarsi ad un eroe, figuriamoci in un film come questo, dove gli eroi sono sette. Perché è il gruppo, vero protagonista.

Un gruppo umano straordinario, di eroi oscuri, di cui nessuno vedrà mai una foto su un giornale, e a cui nessuno dirà mai veramente grazie, per quello che hanno fatto e per quello che continuano a fare. Un gruppo di persone che grazie a questo film, ho avuto l’onore di conoscere, di guardare da vicino, insieme ai miei collaboratori Graziano Diana e Salvatore Basile. E cosi, visto che c’è ancora un po’ di mistero su cosa c’è dietro realmente alla cattura di Riina, abbiamo scelto deliberatamente di prendere le distanze dalla cronaca, per raccontare piuttosto la storia di questo gruppo e del suo metodo di lavoro.

Un metodo di lavoro inventato e collaudato da Ultimo stesso.

Questo film non è ambientato a Palermo e non parla della cattura di Riina e forse, non parla neanche della lotta alla mafia, in senso stretto.

Questo film, nelle nostre intenzioni almeno, vuole parlare della possibilità per cui un uomo, all’interno di un Paese che vive sulla delazione e sull’accordo di corridoio, piuttosto che sull’investigazione e sul confronto aperto, riesce miracolosamente a raccogliere un gruppo di uomini sfiduciato, depressi, ritenuti a torto dei “perdenti”, ridà loro una dignità, una motivazione, una speranza che il Bene possa davvero vincere sul Male. E questi uomini si ritrovano a rinunciare a qualunque cosa, pur di perseguire questo obbiettivo fino in fondo. Si ritrovano a dover lavorare anche diciotto ore al giorno, a stare lontano da casa per mesi, a lasciare perdere amicizie, famiglie, sport, svago, la Vita insomma, sposando totalmente i sacrifici che Ultimo, dando per primo l’esempio di cosa sia la guerra alla criminalità organizzata, è disposto a fare. Ma non è lui, nella sua eccezionalità, l’aspetto originale di questa storia. Lui è un combattente, il suo DNA lo spinge irresistibilmente a fare quello che fa, e la prova di tutto questo è il suo carisma irresistibile. Come dice Raoul Bova, dopo mezz’ora che parli con Ultimo, ti viene voglia di buttare via tutto, lavoro, famiglia, amici, e chiedergli di arruolarti nel suo gruppo. Credo sinceramente che uno come Ultimo, se avesse militato e combattuto in altre situazioni storiche e sociali, avrebbe potuto diventare un’icona dell’eroismo dell’Uomo Comune, una specie di Che Guevara, uno di quelli che poi finiscono sui manifesti e sulle magliette. Ecco perché, secondo me, la vera originalità di questa storia riguarda tutti quelli che, pur non avendo i cromosomi di Ultimo, sono disposti a vivere come lui, e a fare quello che fa lui.

In cambio di niente, oltre al loro stipendio mensile.

Nessuna gratificazione, nessun premio in denaro, nessuna promozione, nessuna pubblicità, nessun articolo sul giornale, nessuna apparizione televisiva. Niente.

In più devono sopportare lo scherno e le malevolenze dei loro colleghi, agenti giudiziari “normali”,, a volte il dissidio e l’ostilità dei loro superiori e comunque devono abbozzare il fatto che il merito delle loro operazioni può andare ad altri, per “ragion di stato”. E ancora di più, l’invisibilità, la clandestinità in cui si ritrovano ridotti a vivere, diventa una conditio sine qua non per continuare a svolgere quel particolare tipo di lavoro. Credo che valesse la pena raccontare una sintesi divulgativa della loro storia, per rendere un omaggio a chi continua, nell’oscurità della loro clandestinità istituzionale, a portare avanti una lotta che pochi in questo Paese sono disposti a fare.

Stefano Reali

Nava, un rappresentante di sistemi di sicurezza, rese subito testimonianza alla polizia di quanto visto il 21 settembre 1990 sulla superstrada Canicattì-Agrigento. All’epoca non esisteva ancora in Italia la disciplina di programmi di protezione per i testimoni a rischio. Il film si incentra su come la vita di un onesto cittadino si trasformi completamente, in seguito al fatto, in un assurdo destino di isolamento anche e soprattutto in ragione della debole protezione offerta dallo Stato. Milano, anni settanta: l’avvocato Giorgio Ambrosoli viene nominato commissario liquidatore delle banche di Michele Sindona, potente banchiere siciliano; insediatosi nel suo studio, sotto gli sguardi sospettosi dei dipendenti, Ambrosoli comincia ad indagare sulle attività bancarie del banchiere a New York ed in Italia. Presto emergeranno irregolarità e l’avvocato subirà le prime minacce ed intimidazioni. Aiutato dal maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre, Ambrosoli proseguirà le indagini con coraggio e determinazione, prevedendo alla moglie che queste investigazioni gli costeranno sicuramente la vita. Ambrosoli e Novembre cominciano a scrivere rapporti sulle indagini con una macchina per scrivere, scoprendo il coinvolgimento in questi affari illegali del banchiere milanese Roberto Calvi e dell’arcivescovo americano Paul Marcinkus. L’avvocato Ambrosoli intanto riceverà telefonate da un picciotto mafioso mentre a New York Sindona assolda il killer specializzato William Aricò per ucciderlo. L’11 luglio 1979 Aricò uccide Giorgio Ambrosoli sotto casa a colpi di pistola. Il film si conclude con la famiglia di Ambrosoli, Silvio Novembre ed alcune persone riunite il giorno del funerale sul luogo del delitto. Sicilia anni ’30. Per far fronte alla penuria di mezzi Aclà, ragazzino undicenne e biondissimo, viene messo a lavorare come caruso nella solfara dove lavorano anche il padre e i fratelli maggiori. Il contratto di ingaggio era a soccorso morto, questo consisteva nel dare da parte del “datore di lavoro” 500 lire alla famiglia garantendosi per i prossimi otto anni il lavoro di Aclà a sua totale discrezione. “Usato” alla stregua di un figlio, qualora fosse scappato la famiglia era tenuta a restituire la somma avuta. La vita nella solfatara è infernale: si lavora nelle viscere della terra, senza vestiti per il caldo e i ragazzini ingaggiati come Aclà devono portare cesti da venticinque chili. L’ambiente di lavoro, totalmente composto da maschi è decisamente promiscuo: i lavoratori dormono tutti assieme e in mancanza di altro ricorrono all’omosessualità, la necessità di stare nudi non fa altro che peggiorare le cose. Il clima di violenza fa maturare a molti ragazzini l’idea della fuga e Aclà non è immune a questa tentazione: infatti a un certo punto scappa e fa ritorno a casa dove viene accolto malamente dalla madre che lo accusa di volere la rovina della famiglia. Nel frattempo il suo “padrone” Caramazza, accortosi della fuga di Aclà, ne informa il padre minacciandolo di volere indietro il soccorso morto nel caso il figlio non tornasse a lavorare. La conclusione è scontata: dopo essere stato prelevato da casa e sonoramente picchiato dal padre Aclà fa ritorno alla solfatara. Ciononostante Aclà non demorde e poco dopo scappa nuovamente: questa volta con una meta precisa: vuole raggiungere il mare e di lì trovare un sistema per raggiungere l’Australia dove si è trasferita sua sorella; dopo una suggestiva fuga nella Sicilia rurale e aspra dell’entroterra viene ripreso da due carabinieri e riportato a casa dove, viene duramente malmenato dal padre e costretto ancora una volta a tornare al triste posto di lavoro, ma durante le innumerevoli notti la sua mente continuerà a correre verso il mare.
Durante una visita al museo della Villa Farnese di Caprarola, una studentessa, Sandra si smarrisce, rimane chiusa dentro un palazzo labirintico, si sofferma nella sera che scende a guardare un quadro di Leonardo. Alle sue spalle un’ombra si avvicina, una voce interviene a commentare lo sguardo del bambino che si rivolge verso l’esterno, verso l’osservatore del quadro: ” E’lo sguardo di Leonardo, l’inventore,il genio un seno vale l’altro per lui, non lo può condizionare. Questo sguardo esprime già un’intuizione profonda del mondo, una nascita completa che non è più in pericolo. Nel senso che il seno di nessuna madre, neanche la più deludente avrebbe potuto eliminare o limitare la sua creatività..”. Sandra lo guarda affascinata, poi si rende conto di essere rimasta chiusa dentro il palazzo e corre via impaurita. Lo sconosciuto la raggiunge in una cisterna, ritornano insieme nelle varie sale: lui l’aggredisce, lei fugge, poi gli salta addosso, fugge di nuovo e infine gli si offre nuda sul letto a baldacchino nella stessa posa della “Maya Desnuda ” di Goya. Lui la possiede non senza averle fatto prima un lungo discorso sulla bellezza alla quale bisogna infondere il movimento e la vita: “Io ti amo poi distruggerò il quadro di Goya: poi tu mi farai a pezzi come si fanno a pezzi le statue “. Il mattino li sorprende ancora nel palazzo. Ma improvvisamente vediamo che lo sconosciuto aveva le chiavi per uscire. Stacco. Siamo nell’aula di un tribunale. Entra l’imputato, certo Lorenzo Colaianni, architetto, che è lo sconosciuto del museo. Viene accusato di sequestro e stupro ma lui nega. La vittima parla dopo di lui e ammette che “smuove realtà profonde che ognuno ha il diritto di tenere nascoste”. Secondo tempo: un uomo si alza dal letto: è Malatesta, pubblico ministero che deve accusare Colaianni: non dorme, è ansioso. La moglie si alza e lo rimprovera di deluderlo sessualmente parlando. Il giorno dopo in aula Malatesta è confuso e incontrerà una serie di immagini che alimenteranno questo suo status… Kwaku, un ragazzo ghanese, da poco laureatosi, si mette in viaggio alla ricerca del fratello (Giobbe), emigrato in Italia con la speranza di guadagnare abbastanza soldi per pagare gli studi del fratello. Giobbe fa il raccoglitore di pomodori nel sud dell’Italia, a Civitella Licinio (da cui il titolo del film: in napoletano pummarò vuol dire appunto pomodoro), ma Kwaku non troverà mai suo fratello, che è ricercato dalla polizia e dalla Camorra per essersi ribellato ed aver rubato un camion. Comincia allora un viaggio attraverso tutta l’Italia (Civitella, Roma, Verona, fino a Francoforte in Germania). Un viaggio che dipinge l’Italia come nuova “terra promessa” per i paesi del terzo mondo e che tratta del problema del razzismo e dell’emigrazione.

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